venerdì 21 novembre 2014

Certo che a pensarci, esistevano occhi sulla faccia di questa malata terra che guardavano talmente liberi il mondo da non poterci credere.
Time-out. Sei in cucina a sfogliare e pulire una busta di cicorie.
Compare improvvisamente tua nonna, che ti spiega come pulirle al migliore dei modi: prendi la base della verdura, scuotila sul secchio dei rifiuti, poi afferrala alla radice, taglia, prendila in mano come se stessi giocando al gioco dei fiammiferi ed estrai, una alla volta, le foglie gialle e rovinate. Rimarranno solo le più verdi e adatte. Affogale in una vasca d'acqua con del sale grosso: aiuterà a depurarle. Guardale, osservale, cerca presenze di lumache o insetti, liberale dagli intrusi, immergile di nuovo, sciacquale, sollevale, reimmergile, accarezzale pulendole, scolale, passale nell'acqua bollente, cuocile, poi raffreddale.
- Nonna sembra la metafora della vita!
E dai suoi spessi occhiali sporchi nasce un sorriso che non proferisce parola né verbo. Afferra il coltellino, china la sua schiena e continua a cercar cicorie nel campo degli ulivi, quei pochi e cari ulivi, nei pressi della quercia rotta ormai, caduta e morta, sotto casa.
Ho quattro anni, forse cinque. E indosso stivali rosa di plastica e gomma coperti di fango.
La mia manina in una mano più grande e vecchia.
Percorro la stradina di fango come fosse il tappeto rosso diretto ad un altare innocuo. A sposarmi col Mondo che fino a quel momento è fatto di nebbia, odor di bosco accennato in collina, funghi malsani e veleni che escono dai pozzi, ciliegi a morire negli autunni freddi. E candide farfalle che non vogliono crepare e ancora ti girano intorno.
Le guardi, le segui. E già bambina sai come non farti illudere dalle loro ali.
Ci sono anatre che starnazzano e falchi piccoli che imparano a volare.
Tu prendi un fiore e lo succhi come fosse il primo amore. C'è qualcosa di dolce lì dentro e lo assapori con calma: perchè sai che non finirà mai. Sai che crescerà sempre in quei semicampi incolti di verdastra campagna ammuffita.
E l'erba dolce, e le mandorle non ancora mature, quelle verdi, aspre, asprissime eppure dolci.
Dentro, un cuore di latte bianco che viene a consolarti.
Un albero di melograno a cui non tendi mano, e la terra non ti sotterra, perché ancora hai da camminarla. In qualche modo, tale estrema docile ammaliante passeggiata nel sottobosco scompare, e improvvisamente le piante d'ulivo diventano mattoni, che stenti a schivare con una cannuccia nera sull'orecchio sinistro. E sai dove andare. Miracolosamente, inspiegabilmente e furtivamente, sai dove devi andare.

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