lunedì 15 giugno 2015

Ci sono viaggi. E viaggi.

Muoviti treno, parti adesso.
Dobbiamo addentrarci qui dal mare, verso la collina. Dobbiamo far presto. Dobbiamo partire subito, cosicché poi, lentamente, ci si riservi la gioia dei sensi nel contemplare i campi, le distese e le valli così modeste, così a misura d'uomo, eppure così vere, che il Nevada non lo cerchi, ti sta bene, si, ti si cuce proprio addosso quel mezzo campo di grano così davvero giallo e terso, come le nuvole dei temporali estivi: solitarie, e senza Messico.
Sbrigati, ferrovecchio su rotaia, ho da inseguire un ultimo sputo di sole sulla via della Tramontana, quel quarto di mura e di campi coltivati in lontananza dove un gobbo addirittura riuscì ad intravvedere l'infinito. Sbrigati, perché io al contrario di lui su quella strada ho una pretesa più subdola e umana: il sambuco. I suoi fiori bianchi  e il groviglio d'edera dietro cui abbaia un maremmano. Vecchio e stanco quanto uno sciamano. E lui lo sa.
Probabilmente tuo padre ti direbbe che una passeggiata in mezzo a un qualsiasi campo di ulivi basterebbe a farti sentire a casa, ma non è vero. Quei leccini li ho piantati io, con le mie mani, a otto anni, seguendo la linea retta d'un solco segnato a terra, quella terra. Quella terra e solo quella. Affinché un giorno un Cristo qualsiasi potesse andarci a pregare, o a dormire.
Come i cristi d'oltremare, che si accasciano con me alle sei del pomeriggio sui sedili sporchi e immensamente blu del vecchio morto che cammina su quella rotaia stanca, e sognano. Sognano. Con le loro braccia stanche loro, con le mie mani rotte io. Le cicatrici di forni a 280 gradi, i tagli di coltelli per il troppo preparare. E i loro piedi doloranti per il cammino sulla spiaggia affollata, tra migliaia di ipocriti che "No grazie, non ho soldi, non lo voglio il braccialetto, non mi serve la collana".
Chiedigli come si chiama, italiano, chiedigli da dove viene. Chiedigli cosa mangia a colazione, domandagli che musica ascolta. Domandagli se ama una donna. Se ha figli, se ha sogni. Quelli che tu fai sul bagnasciuga, sul lettino sdraio a 25 euro al giorno, e sei più povero di lui. Sei più misero di lui, Sei più disperato di lui.
Mentre mezzo mondo si prepara a vivere le vancanze, viaggia, fa gite, senza di me, a cercar se stesso negli ambiti più reconditi del mondo, io prendo un treno tutte le mattine e faccio viaggi di 20 chilometri, e vedo più umanità di quanto un percorso turistico da fricchettoni frigidi postmoderni possa garantire.
Io vedo più umanità intorno, senza organizzare gite o trasferte fighe.
Io vedo tutta l'umanità che vorrei qualcuno vedesse in me. La vedo io per lui. E attraverso gli sguardi di mille persone ogni giorno, meno laureate di me, di voi, di loro, ma molto più vere.
L'umanità è negli occhi. E' solo negli occhi. Il resto sfuma. Come le nuvole senza Messico.

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