domenica 24 dicembre 2017

Mai più mi chinai, e nemmeno su un fiore. (E se foste voi a non essere capaci di trattenere il percorso di una frase lunga quanto un respiro, interminabile, che tenta di tenersi stretta la vita?)

Ho lasciato "sulla mia cattiva strada", per metà abbandonati e per metà istruiti alla sopravvivenza, tutti i miei patroni, le mie bussole,i miei maestri di vita, i miei punti di riferimento, i miei fari.

Ognuno in un angolo di tragitto, senza che io me ne accorgessi, eppure con un abbandono motivato. E' stato il susseguirsi degli eventi che ha deciso di lasciarli lì uno ad uno senza un addio o un commiato, come invece avrei voluto che fosse, quando li ho scelti.

E ricordo il momento preciso in cui ho scelto ciascuno di loro: da Kurt Cobain a Vittorio Arrigoni, me li ricordo tutti, i precisi istanti in cui ho detto, nel mio mondo interiore, che sarebbero stati i miei fari.

Si sono susseguiti in un ordine che prima o poi dovrò ricostruire, da quel disco di Jhon Lennon con la mela al centro (Plastic Ono Band, ma la mela me la ricordo più piccola, e ricordo Mother. E Jealous Guy) alla recente riscoperta di Corto Circuito - e di Vulesse ("esse na chiave pe 'rrapri tutt e cancell") - passando per i Fari Umani, coloro che solo con vita vissuta e parole hanno fatto di me quella che sono, e il caro Prof,  e con lui Hegel, e il Qoelet che ancora mi porto addosso senza averlo mai capito (perché a me la vita mi è ancora meraviglia e stupore) con quell'agave non appassita sul suo salotto, per la quale è una fame di vento, ed è fatica anche quella.

E adesso che l'unico faro che mi viene in mente è quello del Porto di Vasto (il secondo più alto d'Italia dopo quello di Genova, e non lo sa nessuno - ma del resto, questo è il bello dell'essere poco prima dei primi), riesco a capire esattamente il punto preciso in cui mi trovo: quello che appena dopo il molo si affaccia sulle due scogliere che si vengono incontro lasciando solo qualche metro per le navi che entrano al Porto, con il trabocco alle mie spalle e io, che guardando quel piccolo scorcio, mi raffiguro le mie Ceuta e Melilla, e con loro questo mio guardare all'Incontro come a un concetto di prossimità, e non di contatto - se capissi questo, capiresti anche tutto il resto, D.). 

Lo so, è difficile, è complesso: ma per il momento questo è l'unico mio non-luogo in cui posso scrivere periodi troppo lunghi e articolati per il resto del mondo che mi vuole concisa e sterilmente al passo con i suoi tempi. 

Perché è la metrica della mia vita: un continuo sovrapporsi di emozioni e sensazioni, di realtà e di illusioni, come le frasi di un periodo lunghissimo: confondere, e confondersi, tra virgole e parentesi, perché nulla deve essere lasciato fuori e tutto deve rientrare nel discorso, in quanto ne è parte.

Sarebbe come stare dalla parte dei potenti che lasciano gli ultimi in coda alla fila per la vita: frasi semplici e dirette. E invece io vorrei che tutti si fermassero, per un attimo infinito, a percorrere le strade di un testo.

Chiunque, tra coloro che - come me, fratelli e sorelle sconfitti dal mondo frenetico e insensibilmente veloce e freddo che ci risucchia oggi- comunica o o in qualche dannatissimo modo scarica o esprime una qualsiasi dannata emozione con la scrittura, sa quanto è dura. 

E se foste voi a non essere capaci di trattenere il percorso di una frase lunga quanto un respiro, interminabile,  che tenta di tenersi stretta la vita? 

E' qui che scordo le regole della buona comunicazione, quella moderna e contemporanea, che ringrazio, perché fa in modo di ricordarmi di scrivere per quello che sono, e mi ricorda che scrivere è molto più che comunicare: scrivere è sentire e dare un'immagine di ciò che dannatamente ti risucchia nel momento in cui senti di dover scrivere. E' solo questo. 

In questo preciso istante, io vorrei rendere l'immagine della piccola città che si è stesa ai miei occhi neanche mezz'ora fa, nell'alba invernale che arriva tardi rispetto a quello che noi pensiamo sia un'alba, a Dicembre nel mezzo di un anno che finisce e un anno che comincia, alle otto del mattino, e mi anticipa il capodanno insulso che tutti voi festeggerete ricordandomi che sono viva grazie ai colori, e solo grazie a loro (Flaubert, me lo ricordo dal liceo perché nessun altro scrittore mi impressionò così tanto per la sua capacità di descrivere ogni particolare del tempo vissuto da un personaggio, fatto non solo di oggetti e ambienti o paesaggi, ma di tutto ciò che al momento della narrazione trasmettevano al lettore: inarrivabile). 

Io, che ieri mi è stato chiesto "Che tipo di aspirazioni hai? Cosa vuoi fare nel futuro": chiedi a una donna di 35 anni cosa vuole fare nel futuro, e ammazzala. 

Potrei rispondere allo stesso modo in cui ho replicato all'ennesimo messaggio su Facebook del tipo che non molla le redini e mi dice che sono troppo sexy con gli occhiali, e che se voglio passare momenti di fuoco so dove trovarlo: gli ho risposto che vorrei passare momenti a passeggiare nei boschi, o nei campi.  Parlando o restando in silenzio.

E dopo, dopo sì che farei l'amore. Senza pretese. Che lo so fare, l'amore senza pretese.

Ora che alle porte del Natale sento di non avere più schermi, io ti lascio andare, Amore Non Amore, e con te questi fari che non fanno più luce, e non indicano più alcuna via. Perché la via è dietro di me, le sto camminando davanti, e dove tu, o tanti come te che presumibilmente m'hanno capita (ma vivermi, questo sarebbe il modo migliore, e invece mi vivo io per voi, e sono quasi, a tratti, stanca, e comincio a voler vivere la vita amore mio) vi fermate, io mi fermo con voi.
Vi guardo.

E vado avanti.

Avresti mai detto che ti manca Milano?
No.
Mi hai guardata dall'alto in basso perché non ho risparmi in banca.
E hai concluso il nostro incontro con una serie di pregiudizi, che potrei dirti, hanno un fondo di verità, ma avrei voluto un altro filtro per rivederti e prendere quel poco di te che mi rimane da prendere ogni quarto d'ora tra Macerata e il resto del Mondo.

Me ne vengono in mente tre, di canzoni tra le più anarchiche della storia,  scritte da De Andrè, nel 1971 e nel 1973. Io e te non eravamo neanche stati "pensati", e l'Italia campava di folgorazioni di tritolo, accenni di compromessi storici e rivolte operaie di borghesi annoiati (che gli operai dribblavano i picchetti, perché avevano da campare).

Dietro ogni blasfemo, c'è un giardino incantato.


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