domenica 13 maggio 2018

Alla Pietra.

Ti chiederei di venirmi a salvare
Ma come da anni dico per me (per redimermi dal tempo perso per amore intero e senza filtri verso il genere umano senza alcuna distinzione, stronzi o buoni, giusti o sbagliati, bianchi o neri) così da te non posso certo aspettarmi che tu accetti d'essere stato messo al mondo per salvare qualcuno.

Salvare Qualcuno.

Se si trattasse di un reale annegamento, lo faresti. Ma è solo mentale, e ciò che è mentale non presuppone salvezza se non che dal libero arbitrio di se stessi su se stessi.

C'è sicuramente una ragione per cui ho deciso di ancorare questa nave al tuo porto. Il mare che l'ha portata fino a te non è stato mai del tutto in tempesta e mai del tutto in calma. Ha ondeggiato spesso, ma sempre con un'armonia in 4/4.
Ha scandito un tempo, che è stato un tempo di vita.

Forse la ragione è stata in quel tempo di vita.

Ci sono momenti in cui credo sia troppo tardi, ed altri in cui penso che sia ancora troppo presto.
Momenti in cui credo di non sbagliare a pensare quello che penso, e altri in cui penso che è tutta un'enorme bugia.
Ci sono momenti in cui non credo e non penso.

Lungo la Pietra di Bismantova non ha avuto peso la salita, ma la discesa.
C'è stata, sicuramente, una ragione, anche in questo caso, perché tu abbia deciso di accelerare il passo e lasciarmi discendere da sola il costone di quel sasso imponente e senza dubbio inopportuno nell'Appennino Tosco Emiliano.
Ho voluto pensare che tu mi abbia volutamente lasciata scendere sola.

A ogni passo di discesa, a ogni respiro che si distendeva e si riprendeva, io accumulavo i conti di mezza vita passata a stringermi il petto, e piangevo.
Ho pianto lungo tutta la discesa da quella roccia.
E non so se tu lo avevi previsto, ma posso dirti che, anche se non lo potevi immaginare, anche se non lo potevo immaginare, che in quella discesa avrei realmente pianto un mare di lacrime in sfogo, resta che mi hai fatto il più grande regalo che potessi farmi. Lasciarmi sola in quella discesa.

Lasciarmi scendere da sola da quella Pietra è stato un enorme gesto d'amore, il più bello, e di questo ti ringrazierò sempre. Meraviglioso. E' stato come se la Montagna mi stesse prendendo le lacrime dal petto agli occhi. Spingeva fortissimo. E' stata un'emozione inenarrabile.

Ci sono emozioni, stati d'animo, pressioni atmosferiche sulla cassa toracica nella discesa da un monte, che aprono porte e strade mentali che vanno prima e dopo te e non puoi spiegarle se non a te stessa.

La Pietra di Bismantova mi è entrata dentro.
Non la lascerò andare.
Non so a che tipo di ragione faccia fede tutto questo inutile ardere.
So che arde.

Quindi perdonami,
E promettimi che nell'angolo più estremo e nascosto, senza dirlo a nessuno e senza che nessun caso di comodo se ne accorga, te ne ricorderai.

Il disco dei Pgr che nasce dalla Pietra di Bismantova dove mi hai portata a fare l'amore con me stessa seguendo i tuoi passi - ed è questo che mi ha uccisa, essere capace di seguire i tuoi passi, senza poterti stare accanto, ma solo seguendoti - finisce con una canzone dedicata al Divenire che nasce e viene solo dall'essere umani.
Essere. In quanto umani.

E ora che non ho più filtri, ti perdo.

"Quando la madre scopre il seno
il bimbo inebriato dal profumo di buono
impara il Vuoto e il Pieno
impara l'attesa
la Gioia e l'Abbandono
impara ad imparare
le tracce che fanno Camminare"


sabato 3 febbraio 2018

Dialogo immaginario tra un sorriso perdente dell’Oltre Mediterraneo (Colpevolmente Innocente) e un Frammento di Consapevolezza (Inutile) nel Vuoto Nuovo (e Cattivo) che Avanza.

"Mi presento: mi chiamo con un Nome, quello che vuoi darmi, e vengo dal Senegal".

"C'est bon, tu viens du Sénégal, donc tu peut parler en français avec moi?"

"Oui Chérie, je peut"

"Alors, écoute-moi: je te parle en français parce-que les personnes qui sont ici elles ont trop haine maintenaient pour comprendre ce que je veux dire. Tu me comprend ?"

"Oui, je t’écoute "

"Donc, je veux te demander est-ce que tu pense de cette histoire mauvaise qui à touchés-nous"

"De la fille qui à été touée?"

"Oui, je parle de ça"

"Mademoiselle, je peut dire que je viens du Sénégal, j'ai une femme dans mon pais et je suis père de deux enfants merveilleux, j'en sais pas ce qui c'est passé, mais je sais que un homme il ne pourrait jamais faire ce qu'on à fait"

"Oui, je comprend et je le croix aussi, mais il y a eu cet assassin vraiment. Qu'est-ce qu'on doit penser, Brother?"

"Tu aime la musique raggae, Sister?"

"Oui, je la connait et je l'aime"

"Tu connait Bob Marley, et ses danses avec les enfants?"

"Oui, je sais"

"Bon, il faut danser dans la vie, mais pas tous ont la possibilité réelle de danser comment lui, commente ses enfants. Il y a des raisons qui vont au dehors de ce qu'on voit sur les journaux. Il y a des histoires de vie, de violences, de haine, de regrettes. Je suis africaine, je suis un Negro, je suis un Oublié de l'Histoire Moderne. Je ne veux pas justifier cet homme. C’est naturellement et humainement impossible, pour un être humaine, de justifier ça, tu comprend ? Si c'est vrai, que c'est lui qui à fait ça, il est un monstre. Ou, mademoiselle, pardonne moi, je préférais dire qu'il est un homme qui à perdu la raison, et qu'il doit répondre devant la justice de sa terrible, pas nommable, terrifiante action, et qu’il doit, oui, pardonne moi encore, mais je pense aussi qu’il doit être sauvé, dans quelque façon.  Mais, ma sœur, l'Afrique elle est infinie, comment toute l'histoire du monde et tous les peuples du monde. Et il y aura toujours des assassins, et de victimes, et la différence, ma jolie sœur, tu sais quelle est la différence entre assassins et victimes ? Qu’il sont souvent la même chose ensemble, au même moment. Dis-moi, parce-que moi – oh mais non, je te demande pardon encore, pardon, je voudrais dire, pas moi, mademoiselle. Je voudrais dire: pas moi, mais dis - moi, parce que mes fils, ma femme, ma famille, ma culture, mes confins, mes façons de vivre la vie, mes vols, mes efforces de changer mon destin, mes désires de voire le monde qui est différente du mien, comment tu veux voir le mondes qui sont différents des tes mondes,  doivent-ils être condamnées avec cet homicide? Et dis-moi, Sorella, parce-que je ne peut pas le dire »

Mon frère, credo che finirò presto le parole. L’unica cosa che posso dire, è quello che diceva un vecchio cantautore italiano a proposito di una questione totalmente lontana da questa, ma che ha lo stesso senso, e che mi avvicina a te, fratello africano dalla pelle dello stesso colore del cielo che ci si stende davanti agli occhi, e impotente come la notte del buon senso che ci attende:


E’ una cosa che non serve a una canzone di successo, non vale due colonne su un giornale,
se tu te la sei voluta cosa vuoi mai farci adesso

e i politici han ben altro a cui pensare




Io prendo per mano l’illusione di un dialogo immaginato con un uomo che prova a restare umano come me, e non ci riesce.
Il buio a cui mi introducete non lo voglio accettare, guardo verso il sole, la zappa, il tridente, il rastrello, la vanga, e pure la falce, ma il martello lo lascio nel campo di grano, che possa servire ai perdenti del 21* secolo scalzo, senza ritegno, a colpire il futuro, e girargli le spalle.
Nel frattempo, tra una ronda e un commento fascista, tra un comunicato buonista e un cordoglio di sorta, che tra l’uno e l’altro non lo sai capire, chi è il vero fascista, io prendo per mano l’Africa, il suo destino scritto, che ho studiato e compreso, compreso come quando si alzano le spalle di fronte a una sorte millenaria e quindi inevitabile, e me ne vado a spasso, con uno sguardo preoccupato, triste e calmo e sereno insieme, a cavallo tra le sponde dell’Atlantico a Ovest, i monti dell’Atlas, il Nilo, il Sahara, verso la Mauritania, attraverso le foreste del Congo, le colonie abbandonate dell’Eritrea e la Somalia, i Compagni del Fronte di Liberazione del Delta del Niger. E lì, mi fermo. Senza giustificazioni o condanne di sorta. 
Mi fermo con loro, capisco una rabbia, questa rabbia mi permette di non perdonare, consapevolmente, un gesto omicida, e di vederlo commesso da un uomo non uomo, un perdente che uccide un’altra perdente, metto l’idiozia di una generazione tossica e infelice di fronte al primo rastamanno etiope che mi si figura davanti, e vado oltre.
Ma davvero, oltre.


***

«Bene, vieni dal Senegal, quindi puoi parlare in francese con me ?”
“Certo cara, posso”
“Allora, ascoltami: ti parlo in francese perché le persone che sono qui sono hanno troppo odio adesso per comprendere ciò che voglio dire. Mi capisci?”
“Si , ti ascolto »
« Dunque, voglio chiederti cosa pensi di questa brutta storia che ci ha toccati”
“Della ragazza che è stata uccisa?”
“Si, parlo di questo”
“Signorina, posso dire che vengo dal Senegal, ho una donna nel mio paese e sono padre di due meravigliosi bambini Non lo so cosa è successo, ma so che un uomo non potrebbe mai fare ciò che è stato fatto”
“Si, lo capisco e lo credo anche io, ma c’è stato davvero quest’assassinio, cosa dobbiamo pensare, Brother?”
“ Ti piace la musica Raggae, Sister?”
“Si, la conosco e mi piace”
“ Conosci Bob Marley, e le sue danze con i bambini?”
“Si”
“Bene, ecco:  occorre danzare nella vita, ma non tutti hanno la possibilità reale di danzare come lui. Come i suoi bambini. Ci sono delle ragioni che vanno al di là di ciò che si legge sui giornali. Ci sono delle storie di vita, di violenze,  di odio, di rimpianti. Io sono africano, sono un negro, sono un Dimenticato della Storia Moderna. Non voglio giustificare quest’uomo. E’naturalmente e umanamente impossibile, per un essere umano, giustificare questo, comprendi ? Se è stato davvero lui a fare questo, è un mostro. O, signorina, perdonami, preferirei dire che è un uomo che ha perduto la ragione, e che deve rispondere davanti alla giustizia della sua terribile, innominabile, terrificante azione, e che deve, si, perdonami ancora, ma penso anche che deve essere salvato, curato in qualche modo.
Ma, sorella mia, l’Africa è infinita, come tutta la storia del mondo e tutti i popoli del mondo. E ci saranno sempre degli assassini, e delle vittime, e la differenza, mia dolce sorella, tu sai qual è la differenza tra assassini e vittime? Che sono spesso la stessa cosa, nello stesso momento. Dimmi, perché io – oh ma no, ti chiedo ancora perdono, scusami, vorrei dire, non io, amica mia. Vorrei dire: non io, ma dimmi, perché i miei figli, la mia donna, la mia famiglia, la mia cultura, i miei confini, i miei modi di vivere la vita, le mie fughe, i miei sforzi nel cambiare il mio destino, i miei desideri di vedere il mondo che è differente dal mio, come tu vuoi vedere i mondi che sono differenti dai tuoi mondi, devono essere condannati con questo omicidio? E dimmi, sorella, perché non posso dirlo”. 




venerdì 26 gennaio 2018

Inno alla de-sregolata-gioia

Con tutta l'inquietudine che manifesta, molesta, inopportuna e insolente si presenta.
Prendilo adesso o lascialo per sempre.
Ma in qualche modo, prendilo.
Questo amore, o questo stupore
Che a mantenere la rima suona di rancore e rimorso
Lo senti?
Ha il fiato di un vecchio assonnato su una sedia ai bordi dei Monti della Laga in Abruzzo
E credo
Davvero
Per quel che sono
D'essere cresciuta a Torpignattara.

Per me la Memoria è un pianto appena nato e mai dimenticato
Potete zittirvi
che non c'è strada.
Non c'è limite
E non c'è verso.

Inutile cercarlo.




Questo mondo, sregolato
Ha un volto, screpolato
Bestie, nei carceri che pregano in apnea
Feste in quest'arcipelago, sgretolato
Che il vuoto intorno lo crea per dopo sentirsi Pangea
Paolo sentirà lamenti provenienti da
Continenti sommersi che cantano i versi di quell'epopea
Ora che sta su un prato salato che conterà
Rose dei venti crescere tra l'alta e la bassa marea
Il crepuscolo che fu svegliato fu platea
Di un pubblico che poi si presentò come un cielo stellato
Un velo, Paolo irrigidì ogni muscolo ed accelerò
Passando dall'asfalto rovinato allo sterrato
Nero, come un buco dentro al buio dietro agli angoli
Nei boschi si udivano i vecchi proverbi degli alberi
I mostri non li hai mai distrutti tutti, copiandoli
Le armi che hai comprato ora le butti, coriandoli
Il pubblico di stelle applaudendo lasciò il teatro
L'aurora che iniziò ad auto-ritrarsi di sfumato
E Paolo all'ultimo rintocco chiese a quell'aurora che albeggiava
Un ultimo ritocco al quadro
La moto fu trovata ma non era danneggiata
Era un accrocco al centro di una strada senza carreggiata
La città amareggiata, l'atmosfera mortuaria tra le ombre
La provincia grigia pianse: non conobbe strade d'aria
Capito? Ciò che Paolo disse a quell'aurora
Che come pittrice gli sembrò disinibito, sciocco!
"Dipingimi anche trasparente come una parola
Ma dipingimi per sempre come il vento di Scirocco
No non è un concetto importante che poi non torno
Non sarò né semestrale né facile da ammaestrare
Ed andando a braccetto con il Levante e col Mezzogiorno
Che voglio strappare il mare e lanciarlo contro il Maestrale
Io voglio soffiare, gonfiare, annaffiare ogni candela
Rubare foglie di fuoco lasciando un tronco di cera
Io quella sera rubai solo per te
La rosa più ventosa dal prato salato dei rosai"
L'aurora staccando un petalo a sudest
E usandolo come pennello dipinse la storia ai grandi marinai
Ora si racconta che c'è un vento che porta
Una mappa con la rotta giusta
Per riuscire a non tornare mai

mercoledì 10 gennaio 2018

Del Morire Trafitto da un Manifesto (doveva scriverle insieme, doveva cantarle insieme). Dio - la Cameriera - benedica i CCCP, e perdoni Ferretti.


Non so dei vostri buoni propositi perché non mi riguardano
Esiste una sconfitta pari al venire corrosi che non ho scelto io, ma è dell'epoca in cui vivo
Condotti da fragili desideri
Tra puro movimento e in moto
Non si svende, neanche se non funziona
E data l'ora, l'aspetto, la cattiva reputazione
Le voglie sconfinate
La necessità di infinito
Nel bel mezzo del Progresso
Di diversi colori
Tra i quali il nero, il verde e il Moderno
Tifiamo Rivolta
Con sospetti
Automatiche simpatie
Grande la confusione, sopra e sotto il cielo
Osare l'impossibile
Osare, osare e perdere
Trafitto sono
E trapassato dal futuro
E mi ricordo di discorsi belli, tondi e ragionevoli
Belli, tondi e ragionevoli, mi ricordo di discorsi
Cerco una persona
Cerco una persona
Il cielo è sopra e sotto
Ci si può solo perdere
(in) Fragili desideri
A volte indispensabili
A volte no

Produci, consuma, crepa.







martedì 9 gennaio 2018

Sono diverse le stelle in pianura (O qualcuno sta piangendo nel futuro?)

I mali che hai salpato hanno la funzione di tornare utili come strumenti di rigenerazione per chi si appresta a salparli dopo di te. E sono mali, non mari.
Non è un errore ortografico, purtroppo.
Sono diverse le stelle in pianura?
Qui, nella piana del Po' dove tutto luccica di nebbia, è diverso? Se mi affaccio vedo un palazzo con finestre serrate e porte chiuse. Cosa fate a quest'ora. Di che vivete, e soprattutto come vivete. Che tipi di assurde emozioni provate. Entrando nella mia stanza d'albergo, ho sentito dall'altra parte un rumore, che non era sicuramente di sonno.
E allora accade, accade quello che non ti aspettavi: l'effimero delle sensazioni provate all'istante.
E componi l'ultimo numero che hai chiamato l'ultima volta che hai avuto voglia di chiamare un numero. Non risponde. Non è un male. Non ti aspetti certo una risposta.


Stamattina. Ora di pranzo. Proponendo uno spaghetto. Ed è uscito pure bene.

Quindi, la domanda più alta che tu possa porti (Quindi? Che facciamo, le guardiamo in faccia queste Ceneri di Gramsci intrappolate nelle tue soffitte buie? - la leggibilità: più rendi una frase difficile da leggere, più il tuo interlocutore o lettore ne comprenderà il senso. E' la sfida che pongo al mio Millennio. Accetto volontari).

Quindi mi faccio attraversare. Come il Po' che mi sta respirando accanto, insieme alla puzza di sterco di vacca e al silenzioso caldo apocrifo di un ventilatore sul soffitto.

Ma ti leggeranno in faccia
Che facevi l'amore quasi tutte le sere
E che dormivi pochissime ore
Ti leggeranno in faccia
Quella vaga idea di un futuro migliore
Di futuro migliore.


domenica 31 dicembre 2017

E narreremo (per Dio, se lo faremo): di una Storia di Diseredati del Tempo che avanzano, silenziosi, stanchi, ubriachi e veri. Omaggio sconsiderato, impuro e immeritevole a Giacomo Matteotti, alla Majella e alle Fratte del Pineto.

La meraviglia e l'inenarrabilità del poter scegliere, senza dover rinunciare.

Questo arco di tempo non definito, che i comuni attorno a me (ed è solo Occidente Europeo: un decimo di crosta terrestre - ma chi ci crediamo di essere) racchiudono in un canonico anno solare che finisce, io, dal basso delle mie poche e labili intenzioni, lo chiudo aprendolo, nello stesso medesimo istante, contemporaneamente, lo chiudo e lo apro (che belli, gli ossimori del cuore) con una ferrea e credo - in divenire - costante convinzione: che l'impresa più ardua è rimanere se stessi impegnandosi ad essere quell'esatto contrario di te stesso che il mondo vuole da te.
Me l'ha insegnato Marziano alle 8 del mattino tra Corso Sempione e la Metropolitana che mi vibrava sotto il culo: non riesco ancora a trovare il giusto metro per ringraziarlo di questo insegnamento.
Esserlo, far finta finché serve, ma non dimenticarsi mai di avere un istante quotidiano in cui una sola canzone, o un saluto, o una parola col primo saggio sfigato che incontri, possa ricordarti del basso infinito e meraviglioso da cui forse non provieni, ma che ti ha dato molto più di quello che mille suites al bordo di un baratro di lusso avrebbero potuto darti - mio padre ieri mattina si è alzato alle 5 per raccogliermi i finocchi freschi e farmeli portare qui a 250 km di distanza dalla terra che mi ha cresciuta (i vostri argomenti sull'utilità del darsi da fare per essere al tempo col tempo non valgono nulla, di fronte a questo).

Ed è proprio in questo pensiero che si apre la porta della Cantinetta (la mia unica vera figlia concepita, partorita e svezzata, una meraviglia di signorina indifesa): un luogo non luogo di cui dovremo ancora parlare, e narreremo, per Dio se lo faremo.

Narreremo di una Storia di Diseredati del Tempo Moderno che avanzano, silenziosi, stolti, ubriachi e veri, in un Mondo Scaltro, Scalzo e di Cartapesta Gialla.

Mentre qualcuno si fa versare un Carzolà e l'altro accanto bestemmia certezze di vita vissuta, qui, là, senza mura e senza insonorizzazioni di sorta che servono a non prendere multe, uno spazio di anime che esalano ultimi respiri ogni sera, e ogni sera dopo risorgono, e sono piene di sensi di colpa e carezze strozzate.

Non sarei rimasta, mille volte partita e mille volte tornata, in quindici anni, con un terremoto che ancora mi sveglia, la notte, se questo posto di piscio e mattoni non m'avesse dato un solo brivido di vita. Milano, Milano: Milano della quale scrivo da mesi, non sa abbracciare allo stesso modo di questo sputo di provincia, annoiata, si, ma meno della desolazione.

Siamo la generazione dell'Asma. Quella dello Xanax e delle canzoni copiate. La generazione dell'indie, e delle cover stanche. Siamo cresciuti ascoltando Negative Creep e ci siamo fatti le ossa dimenticandocene. I figli dei figli del Sessantotto. I nipoti dei figli della Guerra. "Tre generazioni impreparate alla povertà". L'altro ieri la Costituzione ha compiuto 70 anni. Io mi sto chiedendo, settant'anni dopo, che cosa pensassero i Costituenti, alzandosi al mattino, prima di andare a discutere di come scriverla (o di come copiarla - non dimentico le lezioni in aula Barnave: Martucci ci raccontava della quotidianità dei Grandi della Storia, perché voleva lanciarci un monito. Non enfatizzate: guardate la Storia con gli occhi di chi ne ha fatto parte. Ho imparato quella lezione).

E dalla Costituente del Dicembre del 47 arrivo al 10 Giugno del 1924 - poche date ricordo oltre a questa. Giacomo Matteotti fu ucciso dopo la Secessione dell'Aventino. Si era opposto.

Eccola, la mia secessione: a due mesi  che mancano a un'indecente teatrino di interessi alle spalle di 60 milioni di poveri scemi, cresciuti a cartoni animati giapponesi e autoreggenti velate sotto culi mosci e rassodati al laser sugli schermi in prima serata  (il mio amico che mi ha detto: "Noi siamo i figli del Berlusconismo", è riuscito a farmi tremare, di paura, angoscia e rancore - a Roma nelle manifestazioni pensavo davvero che avremmo potuto sconfiggere una peste come quella) ecco, io oggi  prendo per mano Giacomo Matteotti, quello che a trentanove anni (quattro più dei miei tra 24 giorni) fu ucciso dai fascisti perché denunciò la corruzione madre di questo paese di confini millenari, a 62 giorni dalle prossime elezioni, mi fermo a dov'ero ieri mattina alle 10.30: a 130 all'ora e più piano sulle curve, guardando Mamma Majella che allarga le braccia piene di neve verso il mare, nel Mio Abruzzo Stolto e Felice (ma possono davvero, due fiumi che fanno da confine a poche centinaia di chilometri quadrati, fare un'identità e una storia? Possono: storia di contadini e pecorari, partigiani e fascisti infami, operai anonimi e zingari di spaccio e appalti - ma l'operaio, anonimo e silenzioso, che ferma le sue passioni davanti a un altare e 350 invitati al buffet del primo ristorante asettico sul mare in tempesta, un esatto istante decennale dopo l'ultima volta che si è fermato a tremare di vita e di sussulti con te dietro un cespuglio, una siepe o una strada di campagna interrotta, adolescente e privo di mura: quello è il simbolo del Tempo Sconfitto, ai miei poveri occhi rimasti ancorati tra la Sirenetta e il Pontile a Vasto Marina. Lui ci pietrifica, lui ci annulla, annullando tutto un tragitto di sogni sommersi tra le fiat accampate tra i cespugli a Zì Nicola).

Resta l'indecenza dell'avere troppe porte a disposizione, e le più belle, le più allettanti, le più sensate, sono sempre quelle che mi vedono libera da ogni Canonica Idiota Bellezza Istruita (Grazie, Marziano, e quanta gratitudine ti devo), passeggiare tra Corso Sempione e Piazzale Loreto, per tornare Yo' le Fosse, al numero 97, aprire la porta, scendere le scale, trovare un Varnelli, uno Stronzo Ubriaco e una Povera Donna Felicemente Sola, mentre qualcuno mi suona Hendrix, l'alba si affaccia ed io (ridondante e noiosa, come sempre, senza troppa altra fantasia) penso all'amico Rimbaud,  e resto "Come una donna: in ginocchio".

Dove "in ginocchio" presuppone un'infinita varietà di immagini, che il mio Lettore saprà scegliere, prediligere e ammirare. E qui c'è un sorriso malizioso, e vero.

Come ogni bellissimo ossimoro che trova senso nella sua contraddittoria verità, mano nella mano con Giacomo Matteotti, a settant'anni da quell'accozzaglia imprecisa di principi, valori, sentori storici di emozioni partigiane e contro-partigiane che l'ha generata, io cito un fascista.

Altrimenti, dove sarebbe il bello dell'essere felici, di essere nati, per diretta abitudinaria costanza o per dovuta necessaria riconoscenza, antifascisti, per necessità e sopravvivenza?

Cantava D'Annunzio:

"Taci.
  Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; 
  ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.
  Ascolta. 
  Piove dalle nuvole sparse.
  Piove su le tamerici salmastre ed arse,
  piove sui pini scagliosi ed irti, 
  piove su i mirti divini,
  su le ginestre fulgenti di fiori accolti,
  su i ginepri folti di coccole aulenti,
  piove su i nostri volti silvani,
  piove su le nostre mani ignude,
  su i nostri vestimenti leggeri,
  su i freschi pensieri che l'anima schiude novella,
  su la favola bella che ieri t'illuse, 
  che oggi m'illude,
  o Ermione".


domenica 24 dicembre 2017

Mai più mi chinai, e nemmeno su un fiore. (E se foste voi a non essere capaci di trattenere il percorso di una frase lunga quanto un respiro, interminabile, che tenta di tenersi stretta la vita?)

Ho lasciato "sulla mia cattiva strada", per metà abbandonati e per metà istruiti alla sopravvivenza, tutti i miei patroni, le mie bussole,i miei maestri di vita, i miei punti di riferimento, i miei fari.

Ognuno in un angolo di tragitto, senza che io me ne accorgessi, eppure con un abbandono motivato. E' stato il susseguirsi degli eventi che ha deciso di lasciarli lì uno ad uno senza un addio o un commiato, come invece avrei voluto che fosse, quando li ho scelti.

E ricordo il momento preciso in cui ho scelto ciascuno di loro: da Kurt Cobain a Vittorio Arrigoni, me li ricordo tutti, i precisi istanti in cui ho detto, nel mio mondo interiore, che sarebbero stati i miei fari.

Si sono susseguiti in un ordine che prima o poi dovrò ricostruire, da quel disco di Jhon Lennon con la mela al centro (Plastic Ono Band, ma la mela me la ricordo più piccola, e ricordo Mother. E Jealous Guy) alla recente riscoperta di Corto Circuito - e di Vulesse ("esse na chiave pe 'rrapri tutt e cancell") - passando per i Fari Umani, coloro che solo con vita vissuta e parole hanno fatto di me quella che sono, e il caro Prof,  e con lui Hegel, e il Qoelet che ancora mi porto addosso senza averlo mai capito (perché a me la vita mi è ancora meraviglia e stupore) con quell'agave non appassita sul suo salotto, per la quale è una fame di vento, ed è fatica anche quella.

E adesso che l'unico faro che mi viene in mente è quello del Porto di Vasto (il secondo più alto d'Italia dopo quello di Genova, e non lo sa nessuno - ma del resto, questo è il bello dell'essere poco prima dei primi), riesco a capire esattamente il punto preciso in cui mi trovo: quello che appena dopo il molo si affaccia sulle due scogliere che si vengono incontro lasciando solo qualche metro per le navi che entrano al Porto, con il trabocco alle mie spalle e io, che guardando quel piccolo scorcio, mi raffiguro le mie Ceuta e Melilla, e con loro questo mio guardare all'Incontro come a un concetto di prossimità, e non di contatto - se capissi questo, capiresti anche tutto il resto, D.). 

Lo so, è difficile, è complesso: ma per il momento questo è l'unico mio non-luogo in cui posso scrivere periodi troppo lunghi e articolati per il resto del mondo che mi vuole concisa e sterilmente al passo con i suoi tempi. 

Perché è la metrica della mia vita: un continuo sovrapporsi di emozioni e sensazioni, di realtà e di illusioni, come le frasi di un periodo lunghissimo: confondere, e confondersi, tra virgole e parentesi, perché nulla deve essere lasciato fuori e tutto deve rientrare nel discorso, in quanto ne è parte.

Sarebbe come stare dalla parte dei potenti che lasciano gli ultimi in coda alla fila per la vita: frasi semplici e dirette. E invece io vorrei che tutti si fermassero, per un attimo infinito, a percorrere le strade di un testo.

Chiunque, tra coloro che - come me, fratelli e sorelle sconfitti dal mondo frenetico e insensibilmente veloce e freddo che ci risucchia oggi- comunica o o in qualche dannatissimo modo scarica o esprime una qualsiasi dannata emozione con la scrittura, sa quanto è dura. 

E se foste voi a non essere capaci di trattenere il percorso di una frase lunga quanto un respiro, interminabile,  che tenta di tenersi stretta la vita? 

E' qui che scordo le regole della buona comunicazione, quella moderna e contemporanea, che ringrazio, perché fa in modo di ricordarmi di scrivere per quello che sono, e mi ricorda che scrivere è molto più che comunicare: scrivere è sentire e dare un'immagine di ciò che dannatamente ti risucchia nel momento in cui senti di dover scrivere. E' solo questo. 

In questo preciso istante, io vorrei rendere l'immagine della piccola città che si è stesa ai miei occhi neanche mezz'ora fa, nell'alba invernale che arriva tardi rispetto a quello che noi pensiamo sia un'alba, a Dicembre nel mezzo di un anno che finisce e un anno che comincia, alle otto del mattino, e mi anticipa il capodanno insulso che tutti voi festeggerete ricordandomi che sono viva grazie ai colori, e solo grazie a loro (Flaubert, me lo ricordo dal liceo perché nessun altro scrittore mi impressionò così tanto per la sua capacità di descrivere ogni particolare del tempo vissuto da un personaggio, fatto non solo di oggetti e ambienti o paesaggi, ma di tutto ciò che al momento della narrazione trasmettevano al lettore: inarrivabile). 

Io, che ieri mi è stato chiesto "Che tipo di aspirazioni hai? Cosa vuoi fare nel futuro": chiedi a una donna di 35 anni cosa vuole fare nel futuro, e ammazzala. 

Potrei rispondere allo stesso modo in cui ho replicato all'ennesimo messaggio su Facebook del tipo che non molla le redini e mi dice che sono troppo sexy con gli occhiali, e che se voglio passare momenti di fuoco so dove trovarlo: gli ho risposto che vorrei passare momenti a passeggiare nei boschi, o nei campi.  Parlando o restando in silenzio.

E dopo, dopo sì che farei l'amore. Senza pretese. Che lo so fare, l'amore senza pretese.

Ora che alle porte del Natale sento di non avere più schermi, io ti lascio andare, Amore Non Amore, e con te questi fari che non fanno più luce, e non indicano più alcuna via. Perché la via è dietro di me, le sto camminando davanti, e dove tu, o tanti come te che presumibilmente m'hanno capita (ma vivermi, questo sarebbe il modo migliore, e invece mi vivo io per voi, e sono quasi, a tratti, stanca, e comincio a voler vivere la vita amore mio) vi fermate, io mi fermo con voi.
Vi guardo.

E vado avanti.

Avresti mai detto che ti manca Milano?
No.
Mi hai guardata dall'alto in basso perché non ho risparmi in banca.
E hai concluso il nostro incontro con una serie di pregiudizi, che potrei dirti, hanno un fondo di verità, ma avrei voluto un altro filtro per rivederti e prendere quel poco di te che mi rimane da prendere ogni quarto d'ora tra Macerata e il resto del Mondo.

Me ne vengono in mente tre, di canzoni tra le più anarchiche della storia,  scritte da De Andrè, nel 1971 e nel 1973. Io e te non eravamo neanche stati "pensati", e l'Italia campava di folgorazioni di tritolo, accenni di compromessi storici e rivolte operaie di borghesi annoiati (che gli operai dribblavano i picchetti, perché avevano da campare).

Dietro ogni blasfemo, c'è un giardino incantato.


L'immagine può contenere: oceano, cielo, nuvola, spazio all'aperto, acqua e naturaL'immagine può contenere: oceano, cielo, nuvola, spazio all'aperto, acqua e naturaL'immagine può contenere: oceano, cielo, nuvola, spazio all'aperto, acqua e natura


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