mercoledì 25 marzo 2015

Cantine

Ho messo a letto la Cantina
Che la Cantina ancora profuma d'arrabbiata
L'ho messa a letto parlandole di me
Dei miei stenti e dei miei affanni
Che uniti ai mille stenti
E ai mille affanni
Ne fanno uno solo, completo ed inutile allo stesso tempo.
Ho messo  a letto la cantina
Che l'ultimo tizzone nel camino ancora arde
Ed arde di infinite emozioni rapprese
In una vecchia casseruola per fare il sugo
Che ti chiedono di che materiale sia fatta
E tu rispondi "la vita"
Ho messo a letto la cantina
L'ho fatta addormentare
Nei secondi imprecisi che anticipano l'arrivo di una volante
E state zitti
Sennò ci arresta tutti
Ho messo a letto la cantina
Con verbi al plurale che finiscono in terza persona
Mentre Marco versa l'ultimo quartino di vì roscio
E io guardo nel fondo della pentola bruciata
E scorgo almeno tre nomi
Che condiscono una vita
Ho messo a letto la Cantina
Per la sola ragione di non addormentarmi sola
Domani la Cantina aprirà alla stessa ora
Il primo buongiorno
Sarà la prima imprecazione
E sta benissimo così
Perchè così deve essere
Ho messo a letto la Cantina
E posso dormire sola.
Arrabbiata
Piccante
Blasfema
Bestemmiante
Infuriata
Contenta
Silenziosa
Danzante.

giovedì 19 marzo 2015

Amori mancati e Cantine.
Il mattino invecchiato da anziane signore col rossetto e la pelliccia, goffe e buffe agli occhi di una bimba che ha sempre visto le donne anziane vestite di nero e col velo in testa (e non è cresciuta in Afghanistan). La mattina di cani che pisciano e macchine stanche, la mattina di ambulanze che non si sa per quale motivo, alla stessa ora, frantumano il suono di pace che un uccellino scaltro mi fa ogni volta alle sette e mezza, poco prima di quella campana del Duomo che suona quindici rintocchi uguali, e non capisco il perché.
Di molte campane che suonano io non comprendo il perché.
Ma il mio volto si confonde tra i sacchetti della spesa e i guinzagli che mi schivano, e attraversare la strada con una mano sul viso con la scusa di quel poco sole in faccia non nasconde una difficoltà a mostrare quello che sono, quando sono davvero, e cioè in dormiveglia.
La giornata si spezza, perfettamente in due parti, tra le mura di una cucina sporca e inadatta, troppo inadatta ai propositi e agli sforzi, una via di mezzo, un purgatorio quotidiano tra due inferni, quello del giorno e quello della notte: entri che il sole sta calando, esci che la notte è ovunque.
E la notte di Macerata è una vecchia puttana scaltra, che pretende di propagare scintille manco si vivesse a San Lorenzo, e invece è sola e triste e dannatamente alcolizzata, e si autocelebra narcisisticamente in quei tre, quattro buchi al massimo, di mattoni addossati l'uno sull'altro e di persone, le stesse di sempre, addossate come i mattoni sui mattoni e intorno ad essi.
Poi ci sono le cantine, e le cantine hanno un ritmo diverso, vivono di vita propria e i due inferni dentro di loro sono uguali: lo sono di giorno, lo sono di notte.
In cantina si può piangere d'amore a mezzogiorno, non è necessario aspettare la sera, la festa, il concerto, in cantina si può ancora parlare e piangere d'amore con un campari in mano e una sigaretta che si fuma da sola. Lo si può fare. Perché fuori dalla cantina l'Amore è un argomento frigido usato a mezzo stampa per chi vuole farsi conoscere solo a metà. In cantina invece o sei tutto, tutto ciò che sei, o non sei, non esisti, non parli, non respiri.
E il migliore abitante della cantina, quello che si siede in un angolo e si gode il suo quartino in pace, parla da solo con i suoi silenzi. Trovatemi un solo posto nel mondo, dove entrando con la scusa di farti una birra puoi incrociare gli sguardi di gente stanca che la vita se l'è sbattuta in petto per poi lasciarla andare come un'esile farfalla di maggio in una pozzanghera, come Rimbaud, come decine di battelli ebbri arenati tra i mattoni, e parlano, parlano mille volte meglio dei cento, duecento stronzi che si ritrovano a blaterale di tutto fuori degli altri locali, quell'accozzaglia informe di pedine maleducate che ti calpestano i piedi perché vogliono farsi una bevuta e magari anche la tipa che è lì accanto a loro.
Nella cantina c'è un ordine precostituito dal caos e dall'ebrezza. Ed è un ordine perfetto.
Di cui dovrò dire ancora molte cose.
La prima volta che sono entrata in una di queste cantine, il solaio stava cadendo addosso alla gente che pogava al ritmo malsano del gruppo punk del momento. Erano i Res Nullis. Quelli che dicevano che la mamma del sindaco fa la puttana.
Il sindaco della cità sarà chi meglio se la saprà comperare. Il sindaco della cantina rimane Garibaldi, e i vecchi partigiani che per secoli continuano a consolarsi là dentro. Quelli che si leccano le ferite con il vino rosso, quelli che girano i coltelli nella piaga con la birra a mezzogiorno.
E parlano d'amore a mezzogiorno. E piangono d'Amore, a mezzogiorno, in cantina.
Di cantine e di amori. Di amori di cantine. Di amori da cantine.
Se ci entri non ne esci lo stesso. Luoghi di perdizione differenti non danno la stessa perdita spazio temporale che ti conduce a sentirti un mediocre eterno.
E gli ultimi sono i primi. Perché i primi hanno posti migliori in cui disintegrarsi.
Dicono che domani il sole si eclisserà, da questa parte del mondo, a metà.
Ci sono soli che si eclissano ogni giorno, ma nessuno ne fa notizia. Soli che esplodono ogni notte e poi risorgono imperterriti, ma nessuno ne parla.