lunedì 28 dicembre 2015

Come le pietre che ballano. Borgustando 2015. Appunti di vibrazioni umane a Fresagrandinaria.

Pietra di gesso.
Quella su cui il Borgo nasce e che tra le case ormai abbandonate al Tempo si presenta, qua e là, all’improvviso, come una nuvola insolente fatta di pietre che brillano al chiarore di luna.
Luna Piena, come non accadeva, a Natale, dal 1977.
E’ un attimo di respiro e di vita concesso a luoghi di memoria storica, contadina e povera ma mai sazia di ricchezza vera: quella che costruisce una comunità e la porta avanti nel tempo.
Sai di farne parte, d’averne fatto parte, ed è ironico e allo stesso tempo estremamente pieno di senso percorrere quei vicoli alle tre del pomeriggio, facendo spazio nelle cantine, appendendo cartelli, frecce, insegne, costruendo un “Percorso”.
Storico, gastronomico, d’eccellenze, di tipicità, di arte.
Sai di farne parte e d’averne fatto parte. In ogni pietra riconosci un passo fatto.
Come ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo nasce, cresce e va via, a te è toccato farlo li. In quel posto e non in un altro.
Senza dubbio per ovvia casualità, ma trattandosi di mezza vita vissuta, è una casualità non scontata.
Ecco perché, in fondo, tra un gazebo montato e un chiodo fissato nel muro, senti che in qualche modo ogni singolo angolo di quel posto insignificante è anche tuo.
Ogni vita umana ha un suo corso, ma le tappe molto spesso per tanti versi sono le stesse. I luoghi in cui ci è assegnato di vivere fin da piccoli sono determinanti. Prima di una certa età non puoi cambiarli. Laddove si tratti di semplici paesi fatti principalmente e solo di persone, i luoghi entrano nella vita delle persone stesse. E sono protagonisti. Se per un abitante di una metropoli una piazza, un parco, un quartiere intero possono fare la differenza, da noi si tratta sostanzialmente di vicoli, strade di campagna, alberi, luoghi intatti dallo scorrere delle modernità, montagne e suoni di vita naturale.
Il Borgo arroccato sulla pietra di gesso non ha mai mostrato tanta stabilità e forza come in questa notte umida e nebbiosa di dicembre.
E’ stato un Percorso vivo, che ha coinvolto persone d’ogni tipo, e non in modo sterile.
Ognuno di noi in qualche modo ha preso la forma dei portoni di legno, delle pietre di gesso incastonate, delle cantine dismesse, delle strutture pericolanti e delle case abbandonate che si affacciano sul vuoto del medio vastese arenato. Ma non del tutto morto. E questa è stata pura ed autentica magia.
E mentre i vicoli si gonfiavano di vita e di persone arrivate da ogni zona circostante, quei mattoni hanno senza dubbio ringraziato i presenti. E la nebbia in segno di gratitudine è calata molto tardi.
Quando c’è sintonia tra l’Uomo e i suoi Luoghi, arrivi quasi a crederci, che le pietre possano trasmettere un sentimento e magari ringraziare.
Unico comune denominatore: la calma, la compostezza nonostante l’ebbrezza, e un modus vivendi della serata che pareva voler rispettare il sacro sonno di quei luoghi antichi, di quei mattoni abbandonati, e della memoria popolare che si portano dietro, dentro e intorno alle vecchie case di Porta Marina, della Piazzetta affor a lu lurg e del Palazzo.  In altre parole ne abbiamo fatto parte tutti in questa notte di dicembre.
Fiumi di vino. Fiumi di vino  e fumi di cibo. Buono, preparato da donne che conservano l’integrità di quel mondo con una sobrietà e una fierezza cui io come donna e come cuoca mi inchino. Inenarrabili e inarrivabili.
Fiumi di vino e nessuna molestia. Nessun urlo, nessun grido. Nessun atteggiamento volgare.
L’essenza pura del vino che scalda ed unisce. Che viaggia tra le persone come una botte di rovere antica col vino buono dentro. Trainata da un giovane innamorato della vita e della natura che dona i suoi frutti e fa crescere la vite. E insieme alla vite la vita. E in quel tordo viaggiante si mescola al vino il sorriso.
Poi la Musica. Quella giusta. Quella che suona giovane a ritmo di Ska facendo ballare i ragazzi per il solo gusto del ballare e del provare gioia nel farlo insieme, rituale ormai raro in molti altri luoghi di festa. Ballare per far ballare il pavimento sotto i piedi e insieme creare un flusso. Un altro Percorso. Fatto di vibrazioni comuni.
E  dall’altra parte, un altro fiume ancora, fatto di melodie perfette di archi e corde che hanno attraversato gli sguardi attenti di chi ascoltava la musica con gli occhi, passando per quegli stessi mattoni di gesso e arrivando tra la gente. Facendola vibrare.  Mai violino fu più appropriato, per far rivivere quelle pietre di una leggera brezza di vita a dicembre.
Per quel che mi riguarda, oltre le note che sono rimaste, la mia memoria ha deciso autonomamente e in piena libertà di immortalare questo evento nel passaggio lento e affaticato del vecchietto che a Porta Marina, alle tre del pomeriggio, camminando stanco e assonnato nel vicoletto silenzioso, alza lo sguardo incuriosito e perplesso nel sentire dei rumori. Si affaccia, ci vede sistemare delle frecce, cerca di seguire il verso del Percorso, si stupisce, si chiede come mai, capisce che quella sera ci sarà gente, abbassa lo sguardo annuendo, con sintesi d’espressione, come se fosse semplicemente giusto far rivivere quei luoghi che un tempo furono il fulcro della vita paesana di un insignificante borgo del quasi Sud, in collina.
E se ne va, continuando a passeggiare.
E’ successo il 27 dicembre, anno di Nostro Signore 2015, come una magia improvvisa, e semplicemente bella,  a Fresagrandinaria, tra la Musica, l’Arte, l’Artigianato e il Vino di Borgustando.
In un posto dimenticato dal mondo nel Quasi Sud.
Eppure vivo.