martedì 26 settembre 2017

Quando il bambino era bambino

"Per rispondere al «tu quis es?» bisogna: primo, riconoscere coraggiosamente ciò che io non sono; secondo, incontrare l’altro nel suo ambiente e nella sua storia; terzo, avere il senso dello stupore, ossia la capacità di meravigliarsi che suscita la ricerca; quarto, essere disponibili ad andare oltre il visibile; quinto, accettare insieme anche il reale nelle sue manifestazioni meno appariscenti. 

Infine, per conoscere un’altra persona bisogna essere disposti a lasciarsi mangiare per dare vita e riceverla. 

La domanda «tu quis es?» coinvolge tutta la persona ed è una domanda primaria: conoscersi e conoscere significa lasciarsi attraversare e insieme condurre dall’altro".

lunedì 25 settembre 2017

VERSI SENZA RIME – APPUNTI INSONNI PER UN VIAGGIO AL CONTRARIO

Dedicati al non categorizzabile, umanamente e convenzionalmente, oltre che politicamente, scorretto,
e probabilmente davvero anarchico,
sereno e sincero affetto per l’amico D.

(Verso quello che siamo e per quel che ci diamo, l'un l'altro, guardandoci addosso)   

"I see you on the Dark Side of the (my) Moon – And Shine on you, (my) crazy diamond”

(Pink Floyd)

“Sempre insieme a te, ovunque andrai io sarò sempre sola”
“Ma c’è una ragione, dal profondo del mio cuore”

(Da: le più belle domeniche mai passate in una città che la domenica o dorme, o prega, o tifa)

"Ma non ti accorgi che è solo la paura che infine uccide i sentimenti,
le anime non hanno sesso, né sono mie".
(L. Battisti - La Collina dei Ciliegi - Pensando alla gita alla Scarzuola - Perugia) 

Penso ai miei occhi che osservano delle colline come se fossero delle montagne
Dimenticando l’altezza infinita del Gran Sasso, my Big Stone, il più bello d'Italia,
Quello che si tocca con le mani – o con le tette, dipende da come le guardi – di Dio
Sui Monti della Laga dove tu hai camminato quest’estate, nel mio eterno Abruzzo
Mentre io guardavo il Vettore come un abisso al contrario.

Ce l’hai presente un abisso al contrario?
Un abisso al contrario è una montagna.
E trema, continuamente.

Amico mio dei terremoti
Che te ne vai con un arrivederci dove io, catastrofica e felice, psico-drammaticamente napoletana, strafatta e mai paga della mia idiozia recidiva, ci vedo solo un lungo addio
Perché te l’ho detto, che se cambiano i luoghi cambiano le persone, cambiano le relazioni, cambiano le parole, gli sguardi interiori e quelli intra – umani
Perché noi siamo i luoghi che viviamo, e loro sono noi, e tu che hai visto la metà del mondo lo sai che sono loro che ci fanno e ci distruggono e ci rifanno e ci ri-distruggono e ci ri-formano ancora, anche se sono gli stessi.
(Sono stata almeno 20 volte una “me” diversa dall’altra, in questa città dove tu sei nato e io ho deciso di restare, volendole bene come una vecchia puttana che si trascina dietro i miei anni di sovversiva, universitaria rivolta contro me stessa – che grande donna, questa Vecchia Signora dalle Scale al Contrario – i  miei primi veri versi del cuore li ho scritti quando ho imparato ad amarla, Macerata)

Amico mio dei fiumi

Dei selciati e dei bordi delle strade d’Albania, dove t’ho seguito senza esserci e senza disturbarti, per un’estate intera.
Amico che sei solo una proiezione.
La proiezione di una solitudine voluta, e straordinariamente amica.

Amico  dell’Helvia Recina, che i cori erano un grido di resistenza a questa vita che inizia a volerci Grandi e Consapevoli.
E la gioia giovane di sentirsi liberi con una Peroni in mano.
Un continuo Smells Like Teen Spirit: Cobain ci ha lasciato un brutto scherzo (e penso che Sandrì ce l’abbia più grosso di tutti, ma se lo mostrasse, non sarebbe lo stesso – James, il Nulla, e l’Essenza di un essere in un luogo – Marshall, Hendrix – ma che, davero, ma ce penzi, ma che madonna dici).

Amico mio che i doveri ce li hanno cuciti addosso, e male, e ad ogni passo ci inciampiamo un po’ tutti come ad avere dei vestiti troppo grandi.
T’assicuro, che la cosa più difficile è far capire a te e al mondo che tutto questo non è amore.
Non è quell’amore.
Essere tristi per la partenza di una persona perché ti faceva stare bene.

Perché, semplicemente, è una fottuta gran bella persona.
Ed è fottuta, anche lei, da Dio, dal Mondo e dal Dovere, come me e come tutti.
Con tutti i suoi difetti e la sua cattiveria (perché fidati e lo sai, che quando ferisci, ferisci tanto) ma porca puttana (e solo le “male parole”, come direbbero in Abruzzo, sono in grado di spiegarlo) è una persona che sa essere “un respiro nel niente e una fame di vento” (queste sono del Qoelet – L’Ecclesiaste – dalle Sacre Scritture scartate dall’Antico Testamento – lette a 16 anni tra una pomiciata cattiva nei vicoli bui e le strade interrotte da pianti che non sapevano darsi una ragione, perché la ragione era troppo grande e difficile da contenere, quanto una vita che non riesci a partorire – ed è qui che si fermano le mie parole, quando ti accorgi che non riesco più a parlare, e so che tu lo vedi, quando non riesco più a parlare, ed era importante per me, avere qualcuno che fosse in grado di vederlo), così tanto tutto, che vorresti impararla, ed esserla, e tenerla, questa fottuta bella persona.

C’è un versante del concetto di autenticità che esula dalle nostre moderne e post-contemporanee percezioni. Che non è contemplato neanche nell’etere, né tantomeno nel senso dell’eterno che ci hanno insegnato. C’è un lato oscuro ma bellissimo, del concetto di autenticità, che può essere molto verosimilmente rappresentato da una piccola donna felice e goffa, io, mai del tutto ma pur sempre estremamente bella e mai per nulla  stanca, e fortunata per una vita bellissima che le è capitata, che si ferma, un momento, a buttare un fiume di lacrime per l’allontanamento di qualcuno il cui pensiero le riempie un senso di vuoto voluto e accudito.

Non è amore. Non è mica così semplice. Fosse amore ti direi che ti amo.

In realtà non è stata data una definizione esatta di questo stato d’animo.
Se lo avessero fatto, avrebbero creato un mondo perfetto, e non potevano farlo.
E non ce l’ho nemmeno io, pensa, amico mio, una definizione per questo stato d’animo.
Io che con le parole ci faccio l’amore ogni giorno, e ce lo faccio sempre, e da quando ho ricominciato a sentirle più forti (perché la vita m’ha dato ragione e mi ha dato ciò che volevo davvero – anche se a noi del dottorato/non ce ne frega un cazzo/fascisti/fascisti/vaffanculo), da quando ho ricominciato a sentirle più forti, queste parole, faccio l’amore solo con loro e non mi manca altro né nessuno.
Io che ci faccio l’amore, con le parole, non so trovare una parola per definire questo grande bene – stima – sorriso – non so, nei confronti della tua presenza, concreta o mentale che sia (la terra in cui  bruciano concretezza e pensiero è la stessa: arida e folle).

So che non è quel tipo di cosa che nella maggior parte dei casi chiamano amore, so con estrema certezza che non si chiama così, ma è qualcosa di molto più umano. e so che è molto meno ipocrita di quello che tutti chiamano “amore”  (il “ti amo” – vedi Roland Barthes – cerca sempre un tornaconto, una rimessa, un ricambio, un ritorno – io non cerco nessun ritorno: sono felice di volerti bene in questo modo – e aggiungo: cazzo, se lo sono, e sono fiera di esserlo in questo modo).

Rappresentare chi vorremmo essere nella versione maschile e spesso scostante di ciò che non siamo, io e le infinte versioni trasversali di me.
Esattamente questo e nient’altro: lo facciamo da quando ti abbiamo conosciuto, e in silenzio.
E questo esercizio ci ha mostrato infinite possibilità segnate da semplici sorrisi che non vogliono nulla in cambio.

Gelosia di me stessa, gioia del prendere ciò che di questo conta e invidia: vorrei essere te. Essere come te.

E allora non dormo, ma questo non è importante.

È importante che tu veda (questo vorrei e vorrei che tu ne tenessi davvero cura) in ogni singola parola qui gettata a fondamenta, non un innamoramento, ma una semplice, serena, leale e autentica stima, benevolenza, affetto, non so, ripeto, non so definirlo (magari riesci a dargli un nome tu – farai l’amore con le parole anche tu qualche volta:fare l’amore con le parole non fa mai male. Non ferisce e non delude, mai). E nient’altro che quello.

Perché quel sentimento stupido che ci hanno insegnato non ha nulla a che vedere con questo sentimento autentico che ci nascondono e ci negano, o peggio, ci conformano al canonico concetto di “amore”. Perché fa paura. E fa paura tanto, perché non ha filtri. È un colpo basso e forte alla spinta ipocrita del nostro essere non - umani del XXI secolo. È ciò di quanto più autentico possiamo provare: volere bene e basta. Sorridere al pensiero che quella persona sia viva, sia sveglia ora, o dorma ancora, stia camminando, stia lottando, stia vivendo. Non è nemmeno amicizia, perché l’amicizia presuppone almeno un parametro e come minimo una scala di valori. E io non saprei giudicarti né posizionarti, perché tu (ed è questo che fa innamorare tutti di te, non solo le donne, ma tutti quelli che ti conoscono, ricordalo: ti amiamo tutti per questo) tu, porca puttana (e questa è una sottolineatura punk), hai trovato un modo per superare i parametri, e tu solo sai come hai fatto: ed è questo che ti rende unico, così come io, nel mio, sono unica, ed irripetibile, nel mio avere questo coraggio, stupido e adolescenziale - ma davvero sfido chiunque a farlo – in questo luogo di parole, di dire che voglio bene davvero a qualcuno, e che se  non dormo per questo (e non per altro) e piango perché questo qualcuno va via, quel pianto non deve essere soppresso, perché è bellissimo piangere per affetto di qualcuno. E se capitasse a me, di vedere qualcuno volermi bene così, resterei in silenzio come quella pozzanghera di Rimbaud “dove verso il crepuscolo odoroso un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia un fragile battello come una farfalla di maggio”, e mi prenderei tutta la bellezza di quel bene, senza dire nulla.

Come quando pensi a una madre o a un padre. O a un popolo che resiste, (sì, sono la stessa cosa un affetto che non muore e un popolo che resiste). E Daniele, che  ti siede accanto e tra una canzone dei Res Nullis e una dei Rancid, tra cozze ripiene e vongole veraci (veraci come il tempo che ci divora) e ti dice: “Avevo bisogno di questa cena, per andare via con la Malinconia”.

Tienitela stretta amico mio, questa bella malinconia, perché si dice in giro che prima o poi tocca fare i conti con se stessi. E quando succederà a te, io so già che i conti non serviranno, che non avrai problemi a farli, perché tu più di tutti noi, in questa generazione senza fine e senza meta, hai imparato a riconoscerti (ed è per questo che se fosse quell’ “amore” come ci hanno insegnato a vederlo, potrei dirti che ti amo, ma non posso dirlo, perché non è quel tipo di amore, e io non ho un termine di definizione – impotenza lessicale post-moderna).  Ma quando arriverà per te il momento di fare i conti con i tuoi confini dell’anima e con la punteggiatura sconnessa e poco chiara della tua vita (perché come ogni quadro anche tu hai le tue sfumature)  usa questa grande bellezza che ti lascio come un termometro di quello che sei e di quello che vali, e come un punto di forza per ricordarti che hai generato affetto, amore, bellezza, serenità, e sei stato in grado di farlo girare intorno a te.
Perché fidati è molto raro, e quando accade è meraviglioso e semplicemente da prendere in silenzio e senza troppo clamore, il ricevere – senza mandato né autorizzazione, né autorità né diritto, e di questo ti chiedo scusa, per averlo fatto senza il tuo consenso – una dichiarazione di Umano Affetto come questa.
Prendila e legatela al polso come un bracciale per la vita, alle nove del mattino di una domenica senza sonno (e se me le vado a cercare, che almeno siano belle “righe” da leggere, e ti lascino un sorriso) .
Ne hai tanti, mettici anche questa. È solo molto bello, sapere che qualcuno ci vuole bene.

Perché se riesci a farti volere bene da una persona al punto tale che questa persona è ben disposta  a preparare una cena di pesce, a piangere per una settimana senza dire una parola, e a restare una notte sveglia per celebrare una partenza con il sorriso (giuro) stampato sulla faccia mentre tu te ne vai, se riesci a far sì, inconsapevolmente, che qualcuno ti voglia bene in questo modo, senza che nemmeno tu te ne renda conto, hai già vinto. Sei già a metà del senso della vita.

Perché se metti da parte il punk, l’anarchia, l’individualismo cronico dettato da spinte altermondiste (di cui io per prima sono figlia! Da Beck a Bauman con gli strascichi di Stiglitz e quel vecchio rincoglionito di Habermas, passando per Durkheim) che “te li ricordi i social forum e Manu Chao e il Comandante Marcos e i CPT e il TPO e l’MDMA e Bologna alle due di notte e Roma alle sei del mattino e Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta e i concerti dei Meganoidi tra sbadigli, zaini pieni di vino,canne e voglia de scopà”, amico mio, resta l’aver lasciato un segno. Una cazzo di traccia, qualunque traccia, nella vita di qualcun altro.
Uomo, donna, bambino, vecchio decrepito che sia.
Siamo un po’ tutti queste quattro figure retoriche e subdole dell’umano vivere, in spazi e tempi alternati, nel momento in cui ci incontriamo e ci conosciamo.

Tienitelo stretto, questo bene, uscendo fuori dagli schemi “amore – innamoramento – folgorazione – cotta – cazzo e figa” e tutto quello che ci hanno messo in testa per far sì che non fossimo in grado di guardare la forza del voler bene a qualcuno per quello che è e basta, e per quanto si è in grado noi, di voler bene a qualcuno, e basta.
E portatelo addosso.
Fidati, che non peserà.

Amico mio della terra che trema, tremeremo ancora.
E fieri di saperlo fare.

“Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato. Ipocrita lettore, eppure, mio simile, Fratello”.
(C. Baudelaire)


“The street heats the urgency of now /As you see there's no one around”
(The Smashing Pumpkins – “1979”)



Appendice del cuore e del bene.


1979

Shakedown 1979
Cool kids never have the time
On a live wire right up off the street
You and I should meet
Junebug skipping like a stone
With the headlights pointed at the dawn
We were sure we'd never see an end to it all

I don't even care to shake these zipper blues
And we don't know
Just where our bones will rest
To dust I guess
Forgotten and absorbed to the earth below

Double cross the vacant and the bored
They're not sure just what we have in store
Morphine city slippin' dues down to see

We don't even care as restless as we are
We feel the pull in the land of a thousand guilts
And poured cement, lamented and assured
To the lights and towns below
Faster than the speed of sound
Faster than we thought we'd go
Beneath the sound of hope

Justine never knew the rules,
Hung down with the freaks and ghouls
No apologies ever need be made
I know you better than you fake it to see

We don't even care to shake these zipper blues
And we don't know just where our bones will rest
To dust I guess
Forgotten and absorbed into the earth below
The street heats the urgency of now
As you see there's no one around


(The Smashing Pumpkins, from the album “Mellon Collie and the Infinite Sadness” – uno dei dischi più belli degli anni Novanta, e lo è. Regalatomi per i miei 25 anni nel corso di una festa indimenticabile tra le stanze della casa universitaria per eccellenza in Via Garibaldi 14. Dove ho imparato il Risiko e a capire che non è importante venire, ma sentire. ;) 




“Al Lettore”

La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia,
Ci attanagliano l’anima e sfibrano i nostri corpi,
E alimentiamo i nostri amabili rimorsi,
Come i mendicanti nutrono i loro vermi.
Testardi sono i nostri peccati, fragili i pentimenti;
Alto è il prezzo delle nostre confessioni,
Allegramente imbocchiamo ancora il fangoso sentiero,
Credendo con vili pianti di lavar via ogni colpa.
Sul guanciale del male sta Satana Trismegisto
Che a lungo culla la nostra mente ammaliata,
E il prezioso metallo della nostra volontà
Vaporizza al tocco dell’esperto alchimista.
È il Diavolo a tirare i fili che ci muovono!
Siamo affascinati da ciò che ci ripugna;
Ogni giorno all’ Inferno scendiamo d’un passo,
Attraversando senza orrore fetide tenebre.
Simili a un povero debosciato che assapora e bacia
Il seno martirizzato d’ un’ antica puttana,
Rubiamo al passaggio un piacere clandestino
Che spremiamo fino all’ultimo come vecchie arance.
Serrato, brulicante, come milioni d’elminti,
Nel nostro cervello un popolo di Demoni festeggia,
E, quando respiriamo, la Morte nei nostri polmoni
Discende, fiume invisibile, con sordi lamenti.
Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio,
Non hanno ancora ornato con gradevoli ricami,
Il canovaccio banale dei nostri dolorosi destini,
È solo perché, ahimé!, il cuore è poco ardito.
Ma tra sciacalli, pantere, cagne,
Scimmie, scorpioni, avvoltoi, serpenti,
Mostri uggiolanti, urlanti, mugolanti, striscianti,
Nell’infame serraglio dei nostri vizi,
Ve n’è uno più brutto, più cattivo, più immondo!
Benché non si scomponga in grandi gesti e grida,
La terra volentieri ridurrebbe in macerie
e sbadigliando inghiottirebbe il mondo;
È la Noia! L’occhio greve d’involontario pianto,
Sogna patiboli fumando la pipa.
Tu lo conosci, lettore, quel delicato mostro,
Ipocrita lettore, mio simile, fratello!

Charles Baudelaire, Le Fleurs du Mal, 1857, edizione tratta dalle strade, i vicoli e le puttane di Parigi nel 1800. Letto in francese è un pugnale. 
Guccini lo ha ripreso in “Addio” https://www.youtube.com/watch?v=Tj2STFCmki4, definendo il “fratello” di Baudelaire un “amico”. Non è un’analisi testuale – non ne ho le competenze. E’ l’attestazione della grande importanza dell’essere integri e consapevolmente autentici, galleggiando sulle merde vissute, ognuno di noi, per quello e che siamo e per ciò da cui veniamo. Finisce la canzone, Guccini, con un “Nell’anno 99 di nostra vita/io, giullare da niente, ma indignato/anch’io qui canto con parola sfinita/con un Ruggito, che diventa Belato”.