venerdì 13 ottobre 2017

La grande città, i mancati confini, i tremori infiniti, e ogni singolo dannato limite. Di coraggio, e di forza. A Milano.

Corri Milano.
Dietro, davanti e intorno.
Grande e infinita, dicono che conti otto milioni di abitanti.
Tanto quanto un quartiere di Shanghai, che ti è esattamente tre volte più grande.
E quindi, sei piccolissima.
Brutta, opaca, industriale.
Che quel tuo essere pulita non ti appartiene, perché l'industriale è sporco, è ruggine e fuliggine, è grigio e cemento e torri di fumo bianco e rumori di mezzi pesanti e macchine senza sosta che producono "cose".
Cose prodotte da otto milioni di persone, che otto milioni di persone consumano e altri 60 milioni acquistano, e migliaia in camion senza confini le trasportano -  ho superato a 140 all'ora per tre mesi questi involucri di Mondo Moderno - per consegnarle affinché vengano vendute per far spendere ad ognuno di noi ciò che ognuno di noi guadagna per, in qualche modo, produrle.

E' più che normale, che io citi Terzani e che mi ricordi di lui, tra i tuoi vicoli.

Un'enorme matassa, e io e te, Milano, in questa matassa ci incontriamo.
Ho voluto volerti immensamente bene per poi temerti e alla fine lasciarti con una specie di rasserenamento al non dover più avere paura di incontrarti.
Conosci forma di Amore più grande?


Amiamo Berlino per la sua rigidità architettonica, Wim Wenders l'ha resa un capolavoro proprio per quella, ma non amiamo il grigio pastello opaco e sporco di Milano.

(Ho camminato sulle tue strade alle sette del mattino di un caldo ed insolito Marzo, la prima volta che ti ho incontrato. Ero senza limiti e senza ritegno, eppure, mi sentivo protetta - qualcuno è riuscito a rendermi unica in quel frame di solstizio, nel mezzo della mia primavera).

Io ti ho amata e ho deciso di lasciarti ferma, continuamente in movimento lì dove sei.
Troppo audace e schietta per me. Fino a detestarti e a lasciarti andare dietro di me, come la solita, ricorrente eppure stramaledettamente autentica, farfalla di maggio nella pozzanghera putrida della periferia di Parigi che Rimbaud ci ha lasciato come immagine a posteri.

E torna, Parigi, e io non l'ho mai vista, ma neanche Rimbaud aveva mai visto il mare, e lo ha descritto meglio di chiunque altro.
Come io posso parlare di Milano e delle sue pozzanghere di inutile colore, mischiato a buio spaventoso e terrificante caldo in Ottobre.

Se dovessi tornare, un giorno, sarebbe proprio su quelle strade che mi hanno fatto paura.
E non su quelle della mondanità che maschera la tua infinita e stra-produttiva miseria umana.

Crescenzago. Periferia nord-est. Un affluente del Naviglio Grande che alcuni residenti, indicandomi la via del ritorno, hanno definito Il Pisciatoio. Negozi di elettronica e pakistani, nient'altro.
Figure cattive e incattivite (non è la stessa cosa) già alle sette del pomeriggio. Mentre chiunque mi diceva, alle sette del pomeriggio, "se vai in centro da sola, buona fortuna e stai attenta".

Ho avuto paura
Mi hai fatto paura

Roma ti avvolge, ma da qualche parte finisce.
Milano no. Milano non finisce mai. Ed è spaventosa per questo: fa paura.
Roma ti abbraccia
Milano ti fa sentire sola.

Se sei donna, anche in Piazza Duomo qualcuno ti ferma.
No, ho sbagliato: se sei donna e sei sola.

E' la solitudine che ti rende vulnerabile, dove invece dovrebbe rafforzarti.

Milano è il contrario di quello che ci hanno raccontato.
Della vita, delle possibilità, della coerenza, della stabilità.
Milano è l'esatto contrario di ciò che vogliono farci credere sia
Ed è per questo che sono scappata da Piazza Duomo verso i Navigli e poi la metropolitana.

Perché ci sarà sempre, come c'è sempre stato, ne sono sicura pur non essendoci mai stata prima di ieri, un clochard sotto La Rinascente.

Un povero stronzo ubriaco a Piazza Venezia o sotto Piazza San Pietro.
Ci sarà sempre un povero cristo, a dimostrarvi che Avete Fallito.

E ogni volta in cui ancora mi capiterà di incontrarlo, io lo guarderò come il partigiano dei miei tempi, il vero anarchico contemporaneo, quello che disturba, che spezza l'incanto dei marmi e delle architetture sontuose.

Milano Porta Ticinese.
Le birre in strada e le urla ubriache.

Milano dei Navigli.
Quello di moda e quello romantico, e puoi avere la certezza che il sentimento, il romanticismo e la tenerezza non fanno rima con la moda, e per un attimo sul ciglio del Naviglio meno fluorescente ti senti consolata.

E ti ricordi di Edith Piaf, e ti suona in testa, mentre intorno fanno apericena a suon di musica elettronica stra-pagata al minuto o approfittando del sassofonista di strada che racconta Carosone, e nessuno se ne accorge.
.
Tu hai in testa Edith Piaf, e quella scena de "La Haine" in cui nel mezzo della più cupa banlieu parigina, un maghrebino la mixa al tema della canzone "Assassin de la Police".

Milano avrà le sue Banlieu?

"I marocchini diventano cattivi, quando sono nelle grandi città"
Eppure il mio tatuaggio mi ha salvata
Dice che dobbiamo impegnarci a restare umani, sempre e comunque.

Ma non c'è umanità nel susseguirsi di palazzi senza sosta e senza confini.
L'umanità è nei campi sterminati che, io, non ho voglia di attraversare.

Perché è stato, e sarà sempre, in queste grandi distese di umanità anonima, il mio essere capace di provare un grosso tremore, e il mio volermi fermare.

Ad ascoltare i rumori, i suoni, gli allarmi, e a guardare i volti distrutti e alienati, che non vorrò mai vivere, di queste città che racchiudono il senso del mondo oggi.

Ti ho sentita e aprendomi al tuo essere inutilmente infinita mi sono ritrovata.

Come sempre, in un angolo pieno di piscio (e cemento) accanto ad un campo rom, in una strada secondaria, o in un semplice mattone che colpisce la mia vista, mentre ti attraverso.

Così è per ognuna di voi.
Grandi, ed inutili. Che ho visto e che non vedrò mai.

E la mia vita si ritrova in queste quattro case e basta. E opprime.
Ma anche quella è strada.
Anche quello è coraggio.
Anche quello è esistere.

Ti sei presa qualcosa, non so cosa, ma tra le tue strade sporche, è rimasto qualcosa.
Tienilo, e non darne conto a nessuno: come fai con tutte le umanità che ti attraversano.
E' questo che ti fa grande.


Ni le bien, ni le mal, ça m'est bien égale. 

lunedì 2 ottobre 2017

Nel quasi profondo Nord (Sull'ultimo affluente di sinistra del Po) (Verona mi resterà nel cuore, perché lì sono stata davvero felicemente sola) (in un unico post, tutte le canzoni dedicate, così cucite addosso, che mi sono vista tante volte raccontartele, o forse l'ho fatto e non ce lo ricordiamo?) (Scrivere titoli a tratti più lunghi del contenuto che introducono: è a suo modo una rappresaglia alle regole della sana canonica scrittura).


"Senti le profezie, i canti dei muezzin, e le tifoserie"

(Se a ripercorrere quei caselli d'autostrada, io, mi volessi fermare. 
Sapendo di non poterlo fare). 

Stasera ho viaggiato dritta alla meta come se non ci fosse (ma davvero) un domani, dribblando l'uscita in E35 che imbocca l'autostrada del Brennero verso Verona - Piacenza - Mantova, con una mano sul viso a coprirmi gli occhi (quasi - perché altrimenti sarei potuta morire, e non è giusto che io muoia finché ogni bellezza non sia realmente compiuta, e poi, non dovrò ri-fare i figli prima o poi, anche io? ;) ... )

Uscita Modena - Verona - Brennero - Piacenza - Mantova. 
Tira dritto.
Come a non voler vedere. 
Come a non volersi più perdere. 
Così come mi sono persa, due settimane fa, camminandoti accanto sulle sponde del Mincio (avrei dovuto vederla di giorno, quella città che mi ti ha portato via,  ma in ogni caso Verona, che le è poco distante, mi avrebbe rubato il cuore, perché lì una sera di fine agosto, senza alcun motivo, sbronza di vita come da tempo non mi capitava d'essere, e finalmente davvero sola, sono stata realmente libera - ci tornerò -  scalza -  e probabilmente senza mutande, in pieno luglio, l'anno prossimo, a fare l'amore col tempo che mi passa in faccia e non si ferma, e non ascolta, quel tempo che ti passa in mezzo alle gambe e ai fremiti di persiane dei tuoi luoghi - quelli che Rimbaud rimetteva a un'immaginaria periferia parigina sul mare, e  non aveva mai visto il mare - cit. "Il battello ebbro").  

Arrivo qui, a pochi chilometri da Arcore, pensando che potrei uscire da quest'albergo con un kalashnikov in mano e far fuori tutto questo benessere di plastica. Questo benessere che va a dormire alle 9 di sera per svegliarsi alle 6 del mattino e morire ogni giorno. Questo benessere fatto di super-autostrade vuote all'ora dell'aperitivo e intasate all'ora di pranzo. Questo finto bello che il Berlusconismo ha creato (e mi sento politicamente completa, adesso, io, che nel 2001 bestemmiavo contro un governo ladro - e tu eri a Genova - eri a Genova? - Ma ci rimarrà qualcosa di quegli anni? Avremmo potuto far figli, e parlargli di Genova. Ci pensi? La generazione degli anni Ottanta che fa figli andando a messa e cucinando sofficini il lunedì sera, e la generazione degli anni Ottanta che fa figli ricordandosi di Genova e inventa storie per giustificarsi ai loro occhi i sogni infranti)  e oggi posso vedere dove ha rubato, il Berlusconismo  (e capisco che quei peperoni appesi sulla veranda di casa a Fresa sono l'oro più grande, e il bacio sulla bocca che un padre stanco ti dà prima di rimetterti in viaggio è il capitale più potente, insieme ad una madre che piange di premura e gioia messe assieme). 

Ho visto la prima nebbia padana. E ti ho scaldato il cuore - probabilmente l'hai sentito, ma molto più probabilmente non l'hai sentito. 

Ho trovato una canzone, che gioca con le parole fino al punto di rendere, grottescamente e a modo di metafora al contrario, la figura degli scafisti dei gommoni alla deriva italiana dall'Africa, come se si trattasse di un orizzonte romantico da augurarsi nelle notti in cui la stanchezza non cede al sonno. Come questa: 500 kilometri alle spalle, e non dormi. 
Scrivi. 

Diceva (il mio migliore amico) "Giulietta se tu fossi capace di parlare allo stesso modo in cui scrivi, non avresti i problemi di comunicazione e le difficoltà relazionali che hai". 
Ma io non scrivo - avrei voluto rispondere a Markibà - io emetto pensieri che sbucano dalla mia testa come le stigmati di un cazzo di profeta del 50 a.C. dimenticato - prima che arrivi Cristo e gli rubi la scena. Sto proprio lì. 

Insomma, ho trovato questa canzone mediocre, e ho scoperto che parla di te. Questo nostro coetaneo sfigato che in diverse occasioni in cui lo si massacrava ovunque per la sua mediocrità musicale contemporanea, io e te lo abbiamo difeso (come minimo dovrebbe regalarci un biglietto gratis, Vasco Brondi). 
Poi capisci che quella canzone, per quanto vicina, in realtà non basta, che ce ne sono altre cento, di canzoni a cui dedicare il non sonno adesso e che in questi anni mi hanno tenuta buona in notti come questa. Due sono dei Santo Niente, e te le ho date, ma tu, come sempre, non hai proferito parola. 
Chissà se le hai ascoltate. 

Faremo esplodere Pechino, e andremo a vivere a Luotowan, la città più povera della Cina secondo le statistiche.

Tiziano Terzani, si, esattamente lui: nonostante i suoi viaggi e la sua totale vita, ha fatto figli e girato il mondo, con moglie e figli.
Era grande per questo, Terzani? L'ho pensato la prima volta che l'ho letto: non è che ha girato il mondo, è che ci si è fatto una famiglia, un lavoro normale e una vita "mediocre", girando il mondo e trasmettendoci in un modo che nessuno ha mai saputo fare, tutto ciò che ha visto.


Inevitabile, quella terribile metafora di Marina Abramovic e Ulay nel centro della Muraglia Cinese. 
E noi,  noi non siamo nemmeno mai esistiti: pensa dove può arrivare, un delirio. 

Vorrei perdermi in un sogno assurdo, in cui camminando sui canali di fango a bordo delle strade di un'Etiopia che non conosco e che non ho (e nemmeno tu hai) mai visto, potessimo darci uno spintone e ridere di un destino che dopo anni che sembravano secoli ci ha fatto incontrare. 

Ecco, l'idea che tu possa diventare, un giorno, una specie di Terzani innamorato della propria donna esattamente come della propria vita, mi avvicina alle tue ultime rese, e riesco a vederle come giuste declinazioni, di chi ha fatto tutto e ora, che deve fare? Non smettere di sognare. In ogni caso. Non smettere di sognare. 

Io inizierò a viaggiare a quarant'anni. Sola, felice, senza figli (non c'è tre senza due) e in silenzio. 

Non riesco a sognarlo. Non riesco a sognarti. 

Non c'è un'anima - e figuriamoci un pakistano - e sono anche qui, in questa parte di padania, fin troppo lontana. 

Sei nel mezzo.
E nel mezzo non ti si può recuperare. 

Certo una sola percezione è sicura:
Quel mezzo dell'Italia del Nord, nel mezzo del Nord che comincia dalla prospettiva del tuo Centro che ti ha dato al Mondo, oggi, e fino a che sarà, parla di te. 
Tra la Rozzemilia, i campi di grano, il Po e le mie Beck's accumulate. 
Tra quel che resta nei nostri cuori della Rata e la mia Solitudine immensamente deside-Rata.
Riapriremo la Cantinetta. 
Avrai la tua tessera Arci
Qualcuno deve ridarmi dei soldi
Qualcuno mi deve delle scuse
Ricordo che abbiamo parlato di futuro, di figli e di rese esistenziali sulle sponde del Mincio.  

On y va, en traversant ce que reste, au coté de nous. 
Pas jamais avec un reveille qui ne connait pas le sense d'un étre, pour ce que nous sommes, maintenaint, ici, presque et louen entre nous.

Il n'y a pas de mot. 

"Et je restais, ainsi qu'une femme,  à genoux". 




"In una città cinese, in Africa
una cometa è caduta in una zona disabitata
senti la distanza nel cammino 

tra le tue origini e il tuo destino
senti le profezie 

i canti dei muhaizin 
e delle tifoserie

In una città italiana, in Argentina
il vulcano ha coperto di cenere le macchine della zona
tu sei l'unica con gli occhi chiari
non si sa da dove vieni
parli di viaggi interstellari
senti, sono mie tutte le cantilene
le carte nautiche e le fantasie

Gli scafisti si orientano con le stelle
le nostre storie sono troppo belle
non cercare di capirle
non cercare di capirle
non cercare di capirle

In una città indiana, in Australia
guardi il sole tramontare in una cava mineraria
onde alte come una frontiera, mucche sacre,
energie rinnovabili ogni sera
senti le poesie

E un canto di sirene e di suonerie

In una base americana, sulla luna
portano pesi leggeri
portano fortuna
i bambini hanno nomi di divinità
anche i tuoi occhi chiari si abitueranno all'oscurità

Senti, sono mie, le coperte termiche dorate
 le stelle sparpagliate


 le tecnologie

gli scafisti si orientano con le stelle
le nostre storie sono troppo belle
non cercare di capirle
non cercare di capirle
non cercare di capirle"