domenica 31 dicembre 2017

E narreremo (per Dio, se lo faremo): di una Storia di Diseredati del Tempo che avanzano, silenziosi, stanchi, ubriachi e veri. Omaggio sconsiderato, impuro e immeritevole a Giacomo Matteotti, alla Majella e alle Fratte del Pineto.

La meraviglia e l'inenarrabilità del poter scegliere, senza dover rinunciare.

Questo arco di tempo non definito, che i comuni attorno a me (ed è solo Occidente Europeo: un decimo di crosta terrestre - ma chi ci crediamo di essere) racchiudono in un canonico anno solare che finisce, io, dal basso delle mie poche e labili intenzioni, lo chiudo aprendolo, nello stesso medesimo istante, contemporaneamente, lo chiudo e lo apro (che belli, gli ossimori del cuore) con una ferrea e credo - in divenire - costante convinzione: che l'impresa più ardua è rimanere se stessi impegnandosi ad essere quell'esatto contrario di te stesso che il mondo vuole da te.
Me l'ha insegnato Marziano alle 8 del mattino tra Corso Sempione e la Metropolitana che mi vibrava sotto il culo: non riesco ancora a trovare il giusto metro per ringraziarlo di questo insegnamento.
Esserlo, far finta finché serve, ma non dimenticarsi mai di avere un istante quotidiano in cui una sola canzone, o un saluto, o una parola col primo saggio sfigato che incontri, possa ricordarti del basso infinito e meraviglioso da cui forse non provieni, ma che ti ha dato molto più di quello che mille suites al bordo di un baratro di lusso avrebbero potuto darti - mio padre ieri mattina si è alzato alle 5 per raccogliermi i finocchi freschi e farmeli portare qui a 250 km di distanza dalla terra che mi ha cresciuta (i vostri argomenti sull'utilità del darsi da fare per essere al tempo col tempo non valgono nulla, di fronte a questo).

Ed è proprio in questo pensiero che si apre la porta della Cantinetta (la mia unica vera figlia concepita, partorita e svezzata, una meraviglia di signorina indifesa): un luogo non luogo di cui dovremo ancora parlare, e narreremo, per Dio se lo faremo.

Narreremo di una Storia di Diseredati del Tempo Moderno che avanzano, silenziosi, stolti, ubriachi e veri, in un Mondo Scaltro, Scalzo e di Cartapesta Gialla.

Mentre qualcuno si fa versare un Carzolà e l'altro accanto bestemmia certezze di vita vissuta, qui, là, senza mura e senza insonorizzazioni di sorta che servono a non prendere multe, uno spazio di anime che esalano ultimi respiri ogni sera, e ogni sera dopo risorgono, e sono piene di sensi di colpa e carezze strozzate.

Non sarei rimasta, mille volte partita e mille volte tornata, in quindici anni, con un terremoto che ancora mi sveglia, la notte, se questo posto di piscio e mattoni non m'avesse dato un solo brivido di vita. Milano, Milano: Milano della quale scrivo da mesi, non sa abbracciare allo stesso modo di questo sputo di provincia, annoiata, si, ma meno della desolazione.

Siamo la generazione dell'Asma. Quella dello Xanax e delle canzoni copiate. La generazione dell'indie, e delle cover stanche. Siamo cresciuti ascoltando Negative Creep e ci siamo fatti le ossa dimenticandocene. I figli dei figli del Sessantotto. I nipoti dei figli della Guerra. "Tre generazioni impreparate alla povertà". L'altro ieri la Costituzione ha compiuto 70 anni. Io mi sto chiedendo, settant'anni dopo, che cosa pensassero i Costituenti, alzandosi al mattino, prima di andare a discutere di come scriverla (o di come copiarla - non dimentico le lezioni in aula Barnave: Martucci ci raccontava della quotidianità dei Grandi della Storia, perché voleva lanciarci un monito. Non enfatizzate: guardate la Storia con gli occhi di chi ne ha fatto parte. Ho imparato quella lezione).

E dalla Costituente del Dicembre del 47 arrivo al 10 Giugno del 1924 - poche date ricordo oltre a questa. Giacomo Matteotti fu ucciso dopo la Secessione dell'Aventino. Si era opposto.

Eccola, la mia secessione: a due mesi  che mancano a un'indecente teatrino di interessi alle spalle di 60 milioni di poveri scemi, cresciuti a cartoni animati giapponesi e autoreggenti velate sotto culi mosci e rassodati al laser sugli schermi in prima serata  (il mio amico che mi ha detto: "Noi siamo i figli del Berlusconismo", è riuscito a farmi tremare, di paura, angoscia e rancore - a Roma nelle manifestazioni pensavo davvero che avremmo potuto sconfiggere una peste come quella) ecco, io oggi  prendo per mano Giacomo Matteotti, quello che a trentanove anni (quattro più dei miei tra 24 giorni) fu ucciso dai fascisti perché denunciò la corruzione madre di questo paese di confini millenari, a 62 giorni dalle prossime elezioni, mi fermo a dov'ero ieri mattina alle 10.30: a 130 all'ora e più piano sulle curve, guardando Mamma Majella che allarga le braccia piene di neve verso il mare, nel Mio Abruzzo Stolto e Felice (ma possono davvero, due fiumi che fanno da confine a poche centinaia di chilometri quadrati, fare un'identità e una storia? Possono: storia di contadini e pecorari, partigiani e fascisti infami, operai anonimi e zingari di spaccio e appalti - ma l'operaio, anonimo e silenzioso, che ferma le sue passioni davanti a un altare e 350 invitati al buffet del primo ristorante asettico sul mare in tempesta, un esatto istante decennale dopo l'ultima volta che si è fermato a tremare di vita e di sussulti con te dietro un cespuglio, una siepe o una strada di campagna interrotta, adolescente e privo di mura: quello è il simbolo del Tempo Sconfitto, ai miei poveri occhi rimasti ancorati tra la Sirenetta e il Pontile a Vasto Marina. Lui ci pietrifica, lui ci annulla, annullando tutto un tragitto di sogni sommersi tra le fiat accampate tra i cespugli a Zì Nicola).

Resta l'indecenza dell'avere troppe porte a disposizione, e le più belle, le più allettanti, le più sensate, sono sempre quelle che mi vedono libera da ogni Canonica Idiota Bellezza Istruita (Grazie, Marziano, e quanta gratitudine ti devo), passeggiare tra Corso Sempione e Piazzale Loreto, per tornare Yo' le Fosse, al numero 97, aprire la porta, scendere le scale, trovare un Varnelli, uno Stronzo Ubriaco e una Povera Donna Felicemente Sola, mentre qualcuno mi suona Hendrix, l'alba si affaccia ed io (ridondante e noiosa, come sempre, senza troppa altra fantasia) penso all'amico Rimbaud,  e resto "Come una donna: in ginocchio".

Dove "in ginocchio" presuppone un'infinita varietà di immagini, che il mio Lettore saprà scegliere, prediligere e ammirare. E qui c'è un sorriso malizioso, e vero.

Come ogni bellissimo ossimoro che trova senso nella sua contraddittoria verità, mano nella mano con Giacomo Matteotti, a settant'anni da quell'accozzaglia imprecisa di principi, valori, sentori storici di emozioni partigiane e contro-partigiane che l'ha generata, io cito un fascista.

Altrimenti, dove sarebbe il bello dell'essere felici, di essere nati, per diretta abitudinaria costanza o per dovuta necessaria riconoscenza, antifascisti, per necessità e sopravvivenza?

Cantava D'Annunzio:

"Taci.
  Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; 
  ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.
  Ascolta. 
  Piove dalle nuvole sparse.
  Piove su le tamerici salmastre ed arse,
  piove sui pini scagliosi ed irti, 
  piove su i mirti divini,
  su le ginestre fulgenti di fiori accolti,
  su i ginepri folti di coccole aulenti,
  piove su i nostri volti silvani,
  piove su le nostre mani ignude,
  su i nostri vestimenti leggeri,
  su i freschi pensieri che l'anima schiude novella,
  su la favola bella che ieri t'illuse, 
  che oggi m'illude,
  o Ermione".


domenica 24 dicembre 2017

Mai più mi chinai, e nemmeno su un fiore. (E se foste voi a non essere capaci di trattenere il percorso di una frase lunga quanto un respiro, interminabile, che tenta di tenersi stretta la vita?)

Ho lasciato "sulla mia cattiva strada", per metà abbandonati e per metà istruiti alla sopravvivenza, tutti i miei patroni, le mie bussole,i miei maestri di vita, i miei punti di riferimento, i miei fari.

Ognuno in un angolo di tragitto, senza che io me ne accorgessi, eppure con un abbandono motivato. E' stato il susseguirsi degli eventi che ha deciso di lasciarli lì uno ad uno senza un addio o un commiato, come invece avrei voluto che fosse, quando li ho scelti.

E ricordo il momento preciso in cui ho scelto ciascuno di loro: da Kurt Cobain a Vittorio Arrigoni, me li ricordo tutti, i precisi istanti in cui ho detto, nel mio mondo interiore, che sarebbero stati i miei fari.

Si sono susseguiti in un ordine che prima o poi dovrò ricostruire, da quel disco di Jhon Lennon con la mela al centro (Plastic Ono Band, ma la mela me la ricordo più piccola, e ricordo Mother. E Jealous Guy) alla recente riscoperta di Corto Circuito - e di Vulesse ("esse na chiave pe 'rrapri tutt e cancell") - passando per i Fari Umani, coloro che solo con vita vissuta e parole hanno fatto di me quella che sono, e il caro Prof,  e con lui Hegel, e il Qoelet che ancora mi porto addosso senza averlo mai capito (perché a me la vita mi è ancora meraviglia e stupore) con quell'agave non appassita sul suo salotto, per la quale è una fame di vento, ed è fatica anche quella.

E adesso che l'unico faro che mi viene in mente è quello del Porto di Vasto (il secondo più alto d'Italia dopo quello di Genova, e non lo sa nessuno - ma del resto, questo è il bello dell'essere poco prima dei primi), riesco a capire esattamente il punto preciso in cui mi trovo: quello che appena dopo il molo si affaccia sulle due scogliere che si vengono incontro lasciando solo qualche metro per le navi che entrano al Porto, con il trabocco alle mie spalle e io, che guardando quel piccolo scorcio, mi raffiguro le mie Ceuta e Melilla, e con loro questo mio guardare all'Incontro come a un concetto di prossimità, e non di contatto - se capissi questo, capiresti anche tutto il resto, D.). 

Lo so, è difficile, è complesso: ma per il momento questo è l'unico mio non-luogo in cui posso scrivere periodi troppo lunghi e articolati per il resto del mondo che mi vuole concisa e sterilmente al passo con i suoi tempi. 

Perché è la metrica della mia vita: un continuo sovrapporsi di emozioni e sensazioni, di realtà e di illusioni, come le frasi di un periodo lunghissimo: confondere, e confondersi, tra virgole e parentesi, perché nulla deve essere lasciato fuori e tutto deve rientrare nel discorso, in quanto ne è parte.

Sarebbe come stare dalla parte dei potenti che lasciano gli ultimi in coda alla fila per la vita: frasi semplici e dirette. E invece io vorrei che tutti si fermassero, per un attimo infinito, a percorrere le strade di un testo.

Chiunque, tra coloro che - come me, fratelli e sorelle sconfitti dal mondo frenetico e insensibilmente veloce e freddo che ci risucchia oggi- comunica o o in qualche dannatissimo modo scarica o esprime una qualsiasi dannata emozione con la scrittura, sa quanto è dura. 

E se foste voi a non essere capaci di trattenere il percorso di una frase lunga quanto un respiro, interminabile,  che tenta di tenersi stretta la vita? 

E' qui che scordo le regole della buona comunicazione, quella moderna e contemporanea, che ringrazio, perché fa in modo di ricordarmi di scrivere per quello che sono, e mi ricorda che scrivere è molto più che comunicare: scrivere è sentire e dare un'immagine di ciò che dannatamente ti risucchia nel momento in cui senti di dover scrivere. E' solo questo. 

In questo preciso istante, io vorrei rendere l'immagine della piccola città che si è stesa ai miei occhi neanche mezz'ora fa, nell'alba invernale che arriva tardi rispetto a quello che noi pensiamo sia un'alba, a Dicembre nel mezzo di un anno che finisce e un anno che comincia, alle otto del mattino, e mi anticipa il capodanno insulso che tutti voi festeggerete ricordandomi che sono viva grazie ai colori, e solo grazie a loro (Flaubert, me lo ricordo dal liceo perché nessun altro scrittore mi impressionò così tanto per la sua capacità di descrivere ogni particolare del tempo vissuto da un personaggio, fatto non solo di oggetti e ambienti o paesaggi, ma di tutto ciò che al momento della narrazione trasmettevano al lettore: inarrivabile). 

Io, che ieri mi è stato chiesto "Che tipo di aspirazioni hai? Cosa vuoi fare nel futuro": chiedi a una donna di 35 anni cosa vuole fare nel futuro, e ammazzala. 

Potrei rispondere allo stesso modo in cui ho replicato all'ennesimo messaggio su Facebook del tipo che non molla le redini e mi dice che sono troppo sexy con gli occhiali, e che se voglio passare momenti di fuoco so dove trovarlo: gli ho risposto che vorrei passare momenti a passeggiare nei boschi, o nei campi.  Parlando o restando in silenzio.

E dopo, dopo sì che farei l'amore. Senza pretese. Che lo so fare, l'amore senza pretese.

Ora che alle porte del Natale sento di non avere più schermi, io ti lascio andare, Amore Non Amore, e con te questi fari che non fanno più luce, e non indicano più alcuna via. Perché la via è dietro di me, le sto camminando davanti, e dove tu, o tanti come te che presumibilmente m'hanno capita (ma vivermi, questo sarebbe il modo migliore, e invece mi vivo io per voi, e sono quasi, a tratti, stanca, e comincio a voler vivere la vita amore mio) vi fermate, io mi fermo con voi.
Vi guardo.

E vado avanti.

Avresti mai detto che ti manca Milano?
No.
Mi hai guardata dall'alto in basso perché non ho risparmi in banca.
E hai concluso il nostro incontro con una serie di pregiudizi, che potrei dirti, hanno un fondo di verità, ma avrei voluto un altro filtro per rivederti e prendere quel poco di te che mi rimane da prendere ogni quarto d'ora tra Macerata e il resto del Mondo.

Me ne vengono in mente tre, di canzoni tra le più anarchiche della storia,  scritte da De Andrè, nel 1971 e nel 1973. Io e te non eravamo neanche stati "pensati", e l'Italia campava di folgorazioni di tritolo, accenni di compromessi storici e rivolte operaie di borghesi annoiati (che gli operai dribblavano i picchetti, perché avevano da campare).

Dietro ogni blasfemo, c'è un giardino incantato.


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